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Generali contro S&P: attacco all’Italia

Questa volta dalla sala affollata del Waldorf Hilton di Londra non si è mai levata quella domanda insistente e circospetta che il Ceo fresco di nomina faticò a fronteggiare solo dieci mesi fa al suo primo «Investor day» nella City: «A quando, dottor Greco, l’aumento di capitale?». Oggi di ricapitalizzazione delle Generali i grandi investitori internazionali non parlano più e questa è di sicuro una delle soddisfazioni per Mario Greco tornato a incontrare i grandi investitori internazionali dopo quel primo incontro di gennaio, all’indomani della minaccia di declassamento del Leone, il primo gruppo finanziario italiano.

La miglior risposta a S&P’s, che valuta il taglio del rating dall’attuale «A-» a «BBB» in ragione dell’esposizione al rischio «default» dell’Italia, è stata forse il rialzo del titolo (più 1,5% in chiusura dopo fiammate superiori al 2%) con il quale il mercato ha premiato l’aggiornamento del piano al 2015 (1,6 miliardi di benefici senza tagli all’occupazione) e salutato la promessa di crescita del dividendo e una riduzione significativa del debito.
Greco non ha rinunciato tuttavia a una replica diretta all’agenzia americana, bollando il creditwatch con implicazioni negative come «un errore clamoroso» e qualcosa di «irricevibile». «Non credo ci sia una grande mano dietro queste cose Non faccio queste organizzazioni cosi’ intelligenti ed e’ questo il vero problema — ha ironizzato —. Noi affidiamo loro la responsabilità di giudicare una multinazionale come Generali, che fa 60 miliardi fuori dall’Italia ma poi le viene attribuito il rischio Paese. Allora, francamente, non so a che cosa serva che questi signori facciano questo lavoro».
«In ultima analisi — ha detto ancora l’amministratore delegato delle Generali — quello che S&P dice e che non dobbiamo fare business in Italia e, in un una discussione che va avanti da mesi, io ho detto che è irricevibile. Perché voi come non ci potete dire dove fare business. E poi, perché non si deve fare business in Italia? È uno dei 10 Paesi più evoluti al mondo. Resta pur sempre un Paese che ha un sistema politico, sociale, istituzionale comunque è migliore di tanti altri». Quanto all’ipotesi di un default dell’Italia che secondo l’agenzia di rating comporterebbe un’ importante perdita degli investimenti Generali, «se questo accade purtroppo non è un problema per Generali, è un problema per tutti». E ancora: «l’Italia non andrà in default. Tre anni fa c’erano dei timori sull’Europa e sulla permanenza dell’Italia nell’euro considero abbastanza curioso che questo sia un tema oggi. Questa gente è fuori sincronia», ha concluso per tornare a confermare gli obiettivi del piano che sta cambiando il volto alle Generali.
«A gennaio quando abbiamo detto che avremmo fatto 4 miliardi di dismissioni entro il 2015, metà della sala ha riso e l’altra meta’ ha pensato che non l’avremmo fatto. Non consiglio a nessuno di prenderci sottogamba su questo target — ha avvertito —: abbiamo 2 anni e passa e ci arriviamo». Greco non ha voluto commentare la voce secondo cui alla controllata elvetica Bsi sia interessato il Banco Espirito Santo: «Siamo in trattative, ma non commento sui nomi». E ancora in tema di possibili cessioni Intesa Sanpaolo, Rcs Mediagroup e Mediobanca (a sua volta azionista di riferimento del Leone) oggi sono «partecipazioni libere» sul cui destino decidono «le persone dell’asset management in base al mercato e agli obiettivi», ha detto Greco ricordando di aver già portato le Generali fuori da otto patti di sindacato. Non sarà il consiglio del 6 dicembre a rivalutare l’azione di responsabilità sugli ex vertici delle Generali Giovanni Perissinotto e Raffaele Agrusti, come chiesto dall’Ivass. «Penso che sia troppo presto», ha detto Greco. Sui controversi investimenti nel private equity e nei fondi alternativi legati alla precedente gestione le svalutazioni già compiute nel 2012 sono per 230 milioni, è stato confermato. «Non c’è nulla di sospeso in un limbo contabile». Il gruppo ha confermato infine gli obiettivi di redditività (13% il roe operativo) e l’impegno sulla riduzione del debito (il rapporto tra quest’ultimo e il patrimonio scenderà dal 40 al 35%). Quindi ci potrà essere «una politica di dividendi crescente». E la cedola comincerà a crescere prima del 2015.

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