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Generali, avvisi di garanzia a Perissinotto e Agrusti

Giovanni Perissinotto e Raffaele Agrusti, rispettivamente ex amministratore delegato ed ex direttore generale delle Generali, sono stati raggiunti da un avviso di garanzia. Il provvedimento, emesso in dicembre, contesterebbe loro il reato di ostacolo alla vigilanza. I pm titolari del caso, nato in seguito alle segnalazioni di Consob e Ivass su presunte irregolarità nella governance della compagnia, sono Federico Frezza e Matteo Tripani e lo scorso dicembre hanno sentito, come persone informate dei fatti, l’attuale ceo del Leone di Trieste, Mario Greco, e i due soci di Finint Enrico Marchi e Andrea De Vido. Rispetto all’accusa, Perissinotto, per voce del suo avvocato, Giovanni Borgna, si è detto «sereno» e sicuro che «la vicenda sarà chiarita». Borgna ha poi aggiunto che «il dottor Perissinotto garantirà tutta la possibile collaborazione, posto che nessuno ha mai inteso porre alcun ostacolo al controllo delle autorità di vigilanza». Ed ha ricordato che le operazioni finanziarie su cui è stato acceso il faro e «che sarebbero state non sufficientemente leggibili agli organi di controllo, si ritengono, invece, giustificate e riportate regolarmente nel bilancio societario». Le operazioni al vaglio sono sette ma, stando alle persone fin qui sentite dalla procura, una in particolare avrebbe attirato l’attenzione dei pm. Ossia la carta commerciale Finleasing conclusa con una società controllata dal gruppo Finint. Quant’altro sottoscritto con la merchant bank e oggetto di valutazione, il bond convertibile da 50 milioni del 2004 rimborsato il 31 gennaio 2014 e l’operazione Cartooner Appreciation, sarebbero allo stato meno rilevanti.
In discussione, non ci sarebbe il contenuto in sè dell’operazione quanto piuttosto il rispetto delle regole di corporate governance e la corretta archiviazione dei documenti connessi, non a caso sono stati sentiti anche alcuni funzionari di Generali. D’altra parte, è lo stesso studio legale Portale e Visconti a concludere, nel parere inviato alle Generali, che «non si può entrare nel merito gestorio» per valutare l’operato di un manager. Si può dunque solo accertare se quest’ultimo abbia agito nel rispetto delle regole.
Riguardo a ciò è utile ricostruire come è nata l’operazione Finleasing, «imputabile all’amministratore delegato Perissinotto» stando a quanto riferito in documenti a disposizione del cda, e di che cosa si tratta. In sostanza, è una sorta di finanziamento del valore complessivo di 40 milioni. Più nel dettaglio, il 16 febbraio 2007 Finleasing ha emesso una carta commerciale contenente un riconoscimento di debito esigibile al 30 luglio 2007, con rimborso del capitale e interessi a tre mesi per un importo complessivo di 40,7 milioni. A scadenza quel finanziamento viene prorogato per sei volte fino al 10 dicembre 2008. Dopo quella data scatta, affidata e gestita da avvocati e advisor, la rinegoziazione della posizione. Rinegoziazione che si chiude con l’intervento decisorio di Agrusti. Un intervento che cambia la struttura dell’operazione e prevede il rimborso di 41 milioni di capitale al 31 dicembre 2015 e il pagamento di interessi a un tasso pari all’euribor più 1,5 punti base. A ciò si aggiunge la garanzia fornita da Abacus, società a monte della catena Finleasing, per 20 milioni. La ridefinizione dell’intesa si rende indispensabile perché, stando a quanto si apprende, il progetto sottostante l’operazione si dimostra, giunti al 2008, irrealizzabile. Generali nel 2007 avrebbe di fatto finanziato Finleasing perché questa potesse creare un veicolo comune utile per investire in società quotate e non. Il veicolo è stato denominato Sipi e, ad oggi, detiene alcune quote in Enel, Mps ma anche uno 0,012% delle Generali e il controllo di Sviluppo 56, a sua volta azionista di Ferak con il 24%.
I legali che hanno analizzato l’operazione hanno stabilito che era nei pieni poteri di Perissinotto chiudere quell’accordo. Tuttavia, viene lamentata «una mancata informativa al consiglio». E, soprattutto, gli avvocati Generali nei loro pareri sottolineano che «non sono stati raccolti e conservati gli elementi giustificativi delle finalità e delle particolari condizioni dell’operazione». In quest’ottica, non sarebbe stata eseguita «alcuna analisi sul merito di credito» né sarebbero stati «approntati strumenti di monitoraggio» e le proroghe precedenti al rinegoziazione sarebbero state concesse «pur in mancanza di apposita attività istruttoria e di verifica».

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