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Generali, al lavoro per la svolta sul ceo

La quiete dopo la tempesta. Attorno a Generali aleggia una calma apparente. La compagnia lunedì 2 agosto terrà un consiglio di amministrazione con all’ordine del giorno i conti del semestre ma il cda potrebbe rivelarsi utile anche per sondare gli umori di manager e consiglieri rispetto alla recente ascesa nel capitale di Mediobanca (primo azionista del Leone con il 13%) di Francesco Gaetano Caltagirone, già socio forte del gruppo assicurativo. Dopo i clamori degli ultimi mesi la volontà di entrambi i fronti interni a Generali, gli azionisti privati da un lato, Piazzetta Cuccia e un’altra fetta del mercato dall’altro, sarebbe quella di tenere toni moderati. Le ultime riunioni, piuttosto accese, complice il malumore apertamente manifestato da Caltagirone e i confronti, serrati, sui dossier di M&A, che almeno in un’occasione hanno visto il board spaccarsi, hanno lasciato qualche strascico. L’ambizione di una parte rilevante del cda, a partire dai membri indipendenti, sarebbe dunque quella di un summit pacato che getti le basi per l’appuntamento chiave di settembre quando si dovrà decidere come procedere per il rinnovo del consiglio in scadenza con l’approvazione del bilancio 2021. Ma che gli intenti si traducano in fatti è tutto da verificare. La parte di soci privati che considera chiuso il ciclo dell’attuale ceo, Philippe Donnet, vale una quota rilevante del capitale, si parla di Caltagirone, Del Vecchio, Fondazione Crt e potenzialmente anche dei Benetton sebbene questi ultimi abbiano sempre mantenuto un profilo piuttosto discreto. Questo stesso fronte, allo stato attuale, non ha alcuna intenzione di compiere alcun passo indietro e dunque attende che anche l’altra parte dell’azionariato si muova in tal senso. Mediobanca, dal canto suo, è consapevole che volendo avrebbe voti sufficienti per poter procedere con una lista definita dal consiglio. Una delibera in tal senso, al momento, otterrebbe il favore della maggioranza del board. C’è da interrogarsi tuttavia, e Piazzetta Cuccia ovviamente lo sta facendo, sugli effetti che una simile scelta potrebbe produrre. La lista come verrebbe poi accolta in assemblea? L’idea prevalente è che anche lì otterrebbe la maggioranza dei consensi. Se così fosse si potrebbe anche valutare il mantenimento dello status quo. Ma esiste il rischio concreto che i candidati indicati da Caltagirone e dagli altri soci privati, in alternativa alle opzioni offerte dal cda, occupino comunque almeno quattro poltrone su 13 del cda e assumano anche la presidenza del collegio sindacale. Il che, a conti fatti, potrebbe generare un infinito scontro interno a Triste che nuocerebbe all’azienda e alle sue ambizioni di crescita. Senza contare che non si può escludere che la lista del consiglio, stante il clima generale particolarmente teso, alla fine non riesca a raccogliere il favore del mercato. Spesso in situazioni simili i grandi fondi internazionali hanno preferito non schierarsi, il che si potrebbe tradurre in un appoggio diretto agli uomini di Assogestioni.

Per tutte queste ragioni vincere la battaglia a suon di maggioranze potrebbe risultare una scelta difficilmente vincente, considerato anche il peso che Caltagirone e Del Vecchio avranno in autunno in Mediobanca.

Le diplomazie sarebbero dunque al lavoro per provare a trovare una soluzione. Che passa evidentemente da un cambio della guardia. In quest’ottica il primo step sarebbe quello di decidere se optare per un candidato interno o esterno. In entrambi i casi i nomi non mancano. Nei mesi scorsi, riguardo ai possibili manager esterni si era vociferato di Sergio Balbinot, ora in Allianz ma con un lungo trascorso in Generali, di Matteo Del Fante, al vertice di Poste, di Marco Morelli, ex Mps ora in Axa, di Carlo Cimbri, numero uno del gruppo Unipol. Tutti nomi di alto profilo rispetto ai quali, però, potrebbe prevalere l’idea di premiare una risorsa interna. Opzione, peraltro, che potrebbe trovare consenso diffuso anche internamente alla compagnia che guarderebbe con favore all’ascesa della proprie leve. In quest’ottica, le ipotesi potrebbero essere fondamentalmente due: Luciano Cirinà, da tempo uomo chiave in Est Europa, principale direttrice di sviluppo del Leone, e Giovanni Liverani, alla guida di uno dei tre mercati chiave di Trieste, ossia la Germania.

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