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General Motors toglie lo spot a Facebook

NEW YORK
Facebook conta su schiere di nuovi azionisti, ma per la strada perde vecchi amici. Segno che l’entusiasmo per la Ipo dei record, venerdì, è venato anche da crescente scetticismo: General Motors, il terzo inserzionista americano, ha cancellato tutta la pubblicità a pagamento dal social network – che di pubblicità vive e prospera. I vertici della casa di Detroit hanno semplicemente concluso che come investimento non rende, non si traduce in auto comprate dai consumatori.
Un altro investimento potrebbe rendere meno di quanto immaginato, quello nelle azioni con il simbolo Fb: dopo aver alzato il prezzo la società ha aumentato di un quarto i titoli che andranno in Borsa, a 421,2 milioni. All’apparenza segno che il collocamento va a ruba e rimane «oversubscribed». Quelle che aumentano enormemente per soddisfare la domanda, però, sono le vendite a nuovi «amici» da parte di soci della prima ora, che si scoprono meno fedeli: fondi e banche, da Goldman a Tiger, hanno deciso di sbarazzarsi spesso di almeno metà dei loro titoli. Vogliono cioè, per dirla con gli americani, «cash out», intascare i soldi subito. E hanno riaperto le polemiche tra «smart money» e «dumb money», i capitali cosiddetti intelligenti – grande finanza e insider – e meno – risparmiatori o comunque chi non è addentro ai segreti degli Ipo.
Le cifre del collocamento, dunque, si gonfiano: potrebbe ora rastrellare tre miliardi in più, 18,4 miliardi, il maggior sbarco hi-tech di sempre e tra i primi tre negli Stati Uniti. Mentre la valutazione è lievitata fino a 104 miliardi e sulle ali della frenesia potrebbe impennarsi al debutto. Ma diverse sono le prospettive di più lungo periodo: essere snobbati da Gm mette in dubbio non l’esistenza di un esercito mondiale di 900 milioni di utenti, bensì un modello di business, la monetizzazione di questo esercito. Facebok dipende per oltre l’80% da entrate pubblicitarie e per giustificare le valutazioni odierne deve farle marciare e ritmi forsennati per anni. Invece è davanti a una prima, visibile, incrinatura nei suoi disegni e che potrebbe allargarsi: circolano voci di dubbi tra altre firme del largo consumo. Anche se non mancano società che non si ritirano affatto, tra cui case automobilistiche rivali quali Ford a Subaru. E se la stessa Gm rimane impegnata a gestire pagine sul network: con un budget annuale per le inserzioni da 1,8 miliardi, spende 30 milioni per mantenere le pagine e solo dieci per comprare pubblicità su Facebook.
Le diserzioni di vecchi azionisti si affiancano a quelle degli inserzionisti e potrebbero sollevare altrettante perplessità. Goldman, che doveva vendere il 13% della sua quota, cederà il 50 per cento. Tiger Global venderà a sua volta il 50% anzichè il 7 per cento. Ancora: i russi di DST Global e Mail.ru si sbarazzeranno del 40% e non del 23 per cento. E anche due esponenti del bord di Facebook sono della partita: Peter Thiel, che cederà il 50% invece del 20%, e la Accel Partners di James Breyer, cederà il 28% e non il 22 per cento. Tiene duro il 28enne chief executive Mark Zuckerberg, che non altera i piani di vendere il 6% della sua quota. A conti fatti, però, lui potrà vantare il controllo dell’intero gruppo con il 55,8 per cento dei diritti di voto.

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