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Gender gap negli studi? Non c’è per 3 uomini su 4

Il gender balance nel mondo delle professioni è ancora un miraggio: lo sanno bene le donne avvocate, commercialiste, notaie che si misurano con il difficile equilibrismo tra vita privata e attività professionale. E che ancora scontano forme di discriminazione “in quanto donne”. Un fenomeno che non è solo italiano: secondo la Commissione europea nel secondo quadrimestre del 2019 le donne ai vertici delle grandi imprese pubbliche sono solo il 28% in tutta la Ue. Le professioniste non fanno eccezione, come rileva l’«Indagine sulle sfide delle risorse umane» realizzata da Mopi, associazione per la promozione del marketing nelle professioni. E che è stata patrocinata, tra gli altri, dal Comune di Milano, e dagli Ordini meneghini di commercialisti, architetti, ingegneri e medici.

«Abbiamo pensato di realizzare questa ricerca per dare visibilità a un settore dove il gender balance è più difficile da raggiungere», spiega Gaia Francieri, socia fondatrice di Mopi.

Questa volta a rispondere alle domande inoltrate direttamente ai professionisti dagli Ordini di appartenenza sono stati 653 professionisti. Ma il dato che colpisce subito nel segno è la ripartizione di genere: solo il 19% degli uomini ha risposto alle domande del questionario. Metà del campione è composto da avvocati e avvocate, la categoria più sensibile, secondo l’indagine, al problema della parità di genere. Seguono ingegneri (18%) e commercialisti (14 per cento).

La penalizzazione delle donne nel mondo delle professioni ha varie facce: tra le più pesanti per la carriera è lo sbilanciamento nei lavori di cura, soprattutto con la nascita dei figli: il 41% delle intervistate ha infatti dichiarato di cercare di lavorare di meno a favore della gestione dei bambini. Una trasformazione di vita non percepita dall’80% dei colleghi: solo il 20% prova a dedicare meno tempo alla carriera a favore della famiglia. «Uno dei dati più significativi è quello legato all’atteggiamento dei professionisti rispetto ai partner – spiega Francieri – si evince che con la nascita dei figli gli uomini tendono a desiderare che la propria partner abbia più tempo libero possibile (21,74% contro il 10,5 dei professionisti senza figli) e nessuna trasferta (0% contro il 15,7 degli uomini senza figli)».

La forbice del gender gap si fa più larga sul fronte delle opportunità: secondo l’indagine il 77% degli uomini ritiene di avere avuto lo stesse chance e trattamento delle colleghe dell’altro sesso, mentre per le donne il dato crolla al 53,8 per cento. La percezione di un diverso trattamento sul lavoro è minima per i professionisti con un 6,8% di risposte affermative, mentre per il 44,51% delle colleghe la carriera è stata segnata dalla discriminazione. Una penalizzazione che si evince, per altro, dai numeri sui vertici nei posti di lavoro: il 33% delle professioniste e il 44% dei colleghi uomini dichiarano che più del 90% dei dirigenti è di sesso maschile.

In una seconda inchiesta («Adolescenti, generi a confronto»), realizzata da Mopi e dall’associazione Laboratorio Adolescenza, la questione del gender balance è stata sottoposta a 780 studenti delle scuole superiori di Milano. Anche qui la percezione di un diverso registro tra uomini e donne nella carriera emerge con nettezza: per il 69,6% dei ragazzi e per il 65,7% delle ragazze donne e uomini hanno stesse opportunità e medesimo trattamento solo formalmente ma non sempre nella sostanza. Studentesse e studenti, per altro, sognano un lavoro autonomo in età adulta. E con quote da boom: è l’aspirazione del 78% dei maschi e del 64,3% delle femmine.

Ma in attesa che le proprie aspirazioni diventino realtà, il 31,6% dei ragazzi confessa che i lavori domestici in casa propria sono svolti da entrambi i genitori «ma più da mamma», seguito da un corposo 29% che ammette invece che i carichi sono prevalentemente sulle spalle delle madri. Con buona pace del gender balance.

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