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Gazprom, il muro di Putin «No all’inchiesta della Ue»

Gazprom viene indagata dall’Unione Europea, e Vladimir Putin la butta (pesantemente) in politica. Ieri il presidente russo ha messo nero su bianco la reazione del Cremlino alla mossa della Commissione di Bruxelles, che la scorsa settimana ha deciso di verificare se il colosso russo del gas abbia infranto le regole di mercato nei Paesi dell’Est Europa membri dell’Unione. Con un decreto presidenziale Putin ha dichiarato che Gazprom è una società strategica e che, di conseguenza, la diffusione di qualsiasi informazione che la riguardi deve obbligatoriamente essere autorizzata dal Cremlino. Cioè da lui e dal premier Dmitri Medvedev. Come dire: con l’Unione Europea non si tratta solamente di business — concorrenza, prezzi, quote di mercato — ma di politica. E da Bruxelles devono avere ben presente che ogni passo teso a colpire gli interessi del monopolista russo del gas è una minaccia diretta agli interessi di Mosca, al più alto livello.
Insomma, i toni del confronto si sono improvvisamente fatti più duri. Così come le controaccuse che vengono rivolte da Gazprom all’Ue: in realtà — sostiene il portavoce Serghei Kupriyanov — ciò a cui punterebbero gli europei sarebbe di ottenere uno sconto sui prezzi del gas praticati ai Paesi dell’Est. Una posizione che non fa altro che riprendere quanto sostenuto dallo stesso Putin a Vladivostok due giorni fa al meeting dell’Apec (il gruppo di cooperazione economica Asia-Pacifico): l’indagine Ue — aveva detto il presidente russo — nasce dalla pesante situazione economica nell’eurozona, ed è un tentativo maldestro di scaricare sul gruppo energetico moscovita (e quindi sulla Russia) il peso delle sovvenzioni Ue ai Paesi baltici e dell’Est in difficoltà (oggetto dell’inchiesta Ue sono i mercati di Polonia, Repubblica Ceca, Slovacchia, Estonia, Lituania, Lettonia, Ungheria e Bulgaria). Una posizione «non costruttiva» che la Russia non può accettare. Di più: sempre in occasione dell’Apec, Putin ha detto apertamente che a questo punto per Gazprom diventerà prioritario approfondire le relazioni commerciali con l’Oriente — cioè con Cina e Giappone — piuttosto che con l’Europa. E dirottare su quei mercati, piuttosto che verso l’Occidente, le sue non infinite risorse di gas.
Un’altra minaccia non nuova e a suo modo credibile, anche se per il momento non pare destinata a tradursi in pratica. Nelle stesse ore in cui la pronunciava (lunedì scorso) il presidente russo parlava infatti al telefono con la cancelliera Angela Merkel. Non solo dell’agenda da predisporre in vista del vertice Russia-Germania di novembre, ma anche e soprattutto della necessità di avviare la seconda parte del Nord Stream (il gasdotto sul fondale del Mar Baltico) entro il mese di ottobre «in relazione alla necessità di assicurare la sicurezza energetica dell’Europa», si legge nel resoconto ufficiale della chiamata. Insomma, anche se il confronto Europa-Mosca si fa più ruvido, la comunanza di interessi resta elevata. La partita è appena iniziata e i termini della questione, come detto, restano gli stessi: sicurezza energetica e politica, prezzi e regole di mercato. Con qualche tentazione revanscista dalle parti del Cremlino.

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