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«Garanzie oltre l’emergenza: un sistema stabile per le Pmi»

«I sistemi di garanzia messi in campo per le Pmi devono andare oltre l’emergenza e trovare una strutturale continuità. Nei prossimi anni sarà centrale avere un supporto di garanzie che consentano alle piccole e medie imprese di crescere, capacità che rischia invece di essere ridotta da normative e regole internazionali». Luigi Abete, presidente della Febaf, nel suo intervento di apertura dell’evento Rome Investment Forum 2020, inaugurato ieri, ha lanciato un importante sasso nello stagno delle riflessioni non solo italiane, ma probabilmente anche europee, relative alla rotta da intraprendere per non disperdere gli effetti degli straordinari sforzi fatti dai governi nell’ultimo anno. L’idea che probabilmente potrebbe prendere corpo, ed essere valutata anche a Bruxelles, è quella di andare oltre le proroghe del Temporary Framework sugli aiuti di Stato (sinora ci si è mossi con allungamenti semestrali) per rendere stabili una serie di misure a supporto dell’economia. Come appunto un insieme efficace di garanzie che in Italia – tra gli strumenti attivati per l’emergenza – ha fatto perno sull’ampliamento del raggio di azione del Fondo per le Pmi gestito da Mcc.

Questo è uno degli aspetti sui quali Febaf, nel documento ufficializzato ieri e condiviso con 13 associate, chiede interventi a livello comunitario per rendere il framework europeo compatibile con la crescita e lo sviluppo. Tra le altre azioni prioritarie c’è la necessità di consentire al mondo della finanza di poter realmente sostenere le imprese. E questo obiettivo si può raggiunge completando la riforma del mercato dei capitali a livello europeo (capital market union) ma anche portando il risparmio italiano verso l’economia reale. «Bisogna dare premialità a un grande risparmio italiano che deve essere naturalmente coinvolto nel rafforzamento patrimoniale delle Pmi», ha chiosato Abete. E per fare questo è necessario «dare più libertà al risparmio previdenziale e a quello assicurativo che oggi sono vincolati dalle normative vigenti e dall’interpretazione del Solvency II, che impediscono di fare investimenti a lungo termine nell’economia reale e nelle imprese produttive». Per il presidente Febaf è cruciale cogliere l’occasione del Next Generation Eu «per dare concretezza a nuove sfide, ambientali, di innovazione e di coesione sociale» cercando soluzioni strutturali che superino gli «handicap» dell’Italia e puntando pioritariamente sull’efficienza delle Pa, il rilancio delle infrastrutture, materiali e immateriali, sul recupero della produttività ma anche sul turismo. «Gli obiettivi si perseguono ma non possono essere distribuiti ha pioggia», ha messo in guardia.

Monito in sintonia con la visione del commissario Ue, Paolo Gentiloni, e del membro del consiglio Bce, Fabio Panetta. «Tutti i paesi usciranno dalla crisi con debiti pubblici e privati significativamente più alti – ha detto Panetta -. Per garantirne la sostenibilità è cruciale conseguire tassi di sviluppo dell’economia superiori ai tassi di interesse». E per fare questo gli investimenti accelerati con il Next Generation devono essere di qualità e assicurare un’effettiva crescita. Queste risorse possono alzare il Pil dell’eurozona fino a 1,5 punti percentuali entro il 2026. «Per l’Italia, nello stesso intervallo i guadagni possono essere ancora più elevati: se ben utilizzate, possono incrementare il Pil fino a un massimo di 3,5 punti percentuali. La componente a fondo perduto può comprimere il rapporto tra debito pubblico e Pil di oltre 5 punti», ha detto. Sulla necessità di allentare la morsa regolatoria sui crediti è tornato Giovanni Sabatini, dg di Abi, sollecitando flessibilità ed evitando effetti a catena sulle imprese causati da automatismi prociclici.

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