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Garanzia giovani a corto di lavoro: impiego per 1 su 3

Solo uno su tre ce la fa. Stiamo parlando degli under 29 italiani che in 7 anni hanno partecipato attivamente a Garanzia giovani e che ne hanno ottenuto un beneficio in termini di occupazione. A dirlo sono i risultati del programma europeo analizzati dall’Anpal fino ad agosto 2020 (con dentro, dunque, i primi effetti di lockdown e chiusura dei centri per l’impiego). I numeri, purtroppo, sono molto distanti dai progetti iniziali del governo Letta quando, nel maggio 2014, lo avviò: offrire un’opportunità di formazione e lavoro a 2,2 milioni di «Neet», soprattutto al Sud. Il “finale di partita” è invece diverso e getta, implicitamente, una luce anche sui piani di riforma delle politiche attive disegnati dall’ultima manovra.

Un bilancio in chiaroscuro

Dall’avvio di Youth Guarantee a oggi si sono registrati quasi 1,6 milioni di «Neet»; 1,2 milioni quelli presi in carico dai servizi per il lavoro. Di questi, il 52,1% risulta, dalle comunicazioni obbligatorie, avere un rapporto d’impiego attivo alle dipendenze: 628.728 giovani per la precisione, ma è un dato che dice poco, perché un contratto può essere stato firmato anche a prescindere dalla partecipazione alle misure previste dal programma.

Se infatti restringiamo l’indagine ai ragazzi che hanno concluso uno o più politiche attive all’interno di Youth Guarantee scopriamo che sono solo 696.883; di questi, 412.504 risultano occupati (il 59,2%). Se li confrontiamo con gli 1,2 milioni di cui sopra la percentuale di occupati scende a un più realistico uno su tre (34%). Peraltro, e il dato accomuna entrambe le letture, solo in un caso due (50,4%) si tratta di un rapporto a tempo indeterminato. Per la restante metà, siamo di fronte a impieghi temporanei, spesso di qualche mese e con molto part-time, specie tra le donne.

A confermare il modesto impatto sul lavoro del programma Ue ci sono altri due dati. Il primo è che la misura principe rivolta ai ragazzi è stata il tirocinio (56% delle politiche attivate), davanti agli incentivi occupazionali (il 22,6% delle misure erogate). Tanto più che dal 2016 c’è stato un calo di tutti gli interventi, da cui non ci si è più ripresi. Il secondo elemento da evidenziare è la distanza tra i centri pubblici per l’impiego (e si badi bene, il 75,9% dei giovani ha sottoscritto un patto di servizio presso un Cpi anche perché “obbligati” da molte regioni) e le agenzie private. Il tempo medio per l’erogazione di una misura, nei primi, è di 147 giorni (209 nel Mezzogiorno e nelle Isole); nelle seconde a 62.

Il futuro delle politiche attive

Davanti a questi numeri la sottosegretaria al Lavoro del Conte-bis, Francesca Puglisi (Pd), sottolinea come, in vista dell’attuazione della manovra 2021, sia «imprescindibile la realizzazione di un sistema integrato pubblico-privato, che consentirebbe di prendere in carico velocemente molte più persone. Il rafforzamento dei Cpi è fondamentale, ma al tempo stesso occorre valorizzare le Apl, anche al Sud, visto che hanno contatti con le aziende e ne conoscono i bisogni di competenze. Il 31 marzo, quando finiranno le misure emergenziali generalizzate, è dietro l’angolo, non si può perdere tempo». Il nodo è il modello di rilancio delle politiche attive e – aggiunge Puglisi – «non può rifarsi a quelli sperimentati in questi anni».

«Emblematici – spiega Gianni Bocchieri, direttore Programmazione di Regione Lombardia, e uno dei principali esperti di Garanzia giovani – sono i risultati della misura “accompagnamento al lavoro”, che doveva essere un po’ il cuore del programma Ue: ha riguardato appena 175.267 giovani, quasi la metà in Lombardia che partiva già avanti con la Dote unica lavoro». Peraltro, proprio la misura dell’accompagnamento al lavoro è finita ora sotto la lente Ue. E così non stupisce più di tanto che su una dote di circa 2 miliardi relativa a Garanzia giovani, un miliardo ancora non sia stato speso.

Nodi e ritardi che rischiano di pesare anche sul futuro prossimo di Youth Guarantee. La commissione Ue, in vista della programmazione 2021-2027, continua a scommetterci. Ma bisognerà vedere come i singoli Paesi usciranno dalla crisi e, soprattutto, come l’Italia riuscirà a correggere il tiro sul programma. Alla luce anche di altri due dati non proprio incoraggianti: il tasso di disoccupazione giovanile al 29,5% e il primato europeo per i Neet, i giovani senza impiego né percorso di formazione, ancora intatto.

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