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Gara per la sostenibilità Fondi, chi è buono ci guadagna

Un po’ perché sul lungo periodo sarà redditizio e un po’ per aumentata consapevolezza, un po’ per il Recovery fund e un po’ per le nuove leggi, anche i fondi di private equity ora guardano alla sostenibilità. L’86% di quelli che lavorano in Italia dichiara di avere adottato una politica Esg (Enviroment, ambiente e territorio; social, impatto sociale; governance, gli aspetti interni all’azienda). Il 14% dice che lo farà nei prossimi mesi, nessuno dichiara di non essere al lavoro. Ma il dato più significativo è che sei fondi su dieci — il 59% — hanno nominato un responsabile Esg (il 23% interno al consiglio d’amministrazione) e il 18% intende farlo nei prossimi mesi. Solo il 9% risponde «Non pensiamo di farlo» mentre il 14% si avvale di un consulente esterno.

L’indagine

Lo dice un sondaggio condotto dall’Aifi nei giorni scorsi su un campione di 22 fondi che investono nelle medie aziende (15 domestici e 7 internazionali), dopo l’entrata in vigore, il 10 marzo, del Regolamento Ue 2019/2088 che impone obblighi di informativa Esg a chi partecipa ai mercati finanziari . «Emerge una sensibilità comune da parte dei fondi italiani di private equity alla sostenibilità — dice Anna Gervasoni, direttore generale dell’associazione presieduta da Innocenzo Cipolletta —. Da anni il mercato internazionale ha introdotto nelle scelte d’investimento queste pratiche, ora stanno entrando anche in Italia». Sarà un argomento del convegno annuale del 19 aprile dell’Aifi, che raduna i fondi di private equity e venture capital (1,88 miliardi investiti nel primo semestre 2020) in Italia.

Tra le scelte di sostenibilità adottate, la principale (82% fra chi ha una policy Esg) è quella sui Principi per l’investimento responsabile. Resta invece ancora relativamente bassa, il 32%, la quota dei fondi che stanno «valutando elementi legati al climate change» (ma il 45% dice che intende farlo a breve). In compenso il 41% degli operatori ha già previsto specifici programmi di formazione per i dipendenti, se c’è una policy Esg, e il 50% vuole avviarli nei prossimi mesi. «Siamo all’inizio di un percorso, l’impegno crescerà — dice Gervasoni —. Poiché i fondi sono operatori di lungo periodo, l’investimento in aziende sostenibili dà rendimenti più stabili e valorizza maggiormente le imprese in portafoglio. È più complicato mettere sul mercato un’azienda ai prezzi voluti , se non risponde ai principi Esg».

Le città

Nelle linee guida dell’Aifi, per investimento sostenibile s’intende «una strategia che, nella valutazione di imprese e istituzioni, integra l’analisi finanziaria con quella ambientale, sociale e di buon governo, al fine di creare valore per l’investitore e per la società nel suo complesso». Ma delle tre lettere di Esg è la prima, l’ambiente, la grande sfida. «Entro il 2030 bisogna arrivare a società a emissioni zero, non è la stessa cosa per tutti i settori — nota Gervasoni —. In alcune filiere come la logistica, i traporti, le macchine utensili, la chimica c’è molto lavoro da fare».

Un punto chiave sarà la lotta all’inquinamento urbano. «Stanno nascendo fondi infrastrutturali per investimenti nelle smart city», dice Gervasoni, docente alla Liuc alla quale è stato affidato dall’Onu un centro di eccellenza sulla finanza sostenibile di infrastrutture e smart city (il gruppo di lavoro con l’Aifi «partirà dopo Pasqua»). Un esempio? Il fondo privato Hope per il rilancio del Paese, atteso al varo con 10-15 miliardi di dotazione.

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