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Gabetti e Grande Stevens tornano a processo

TORINO— La Cassazione annulla l’assoluzione di Gianluigi Gabetti e Franzo Grande Stevens, i due dirigenti delle finanziarie degli Agnelli accusati dalla Consob e dalla Procura di Torino di aggiotaggio informativo per aver mentito alla Commissione di Borsa sulla vera natura dell’equity swap che nel settembre 2005 consentì agli Agnelli di mantenere il controllo della Fiat. Quelle accuse erano state giudicate infondate dal Tribunale di Torino che il 21 dicembre 2010, con sentenza del giudice Giuseppe Casalbore, aveva assolto i due alti consulenti degli Agnelli «perché il fatto non sussiste». Ora invece la Suprema Corte ha stabilito che l’assoluzione non era sufficientemente motivata e che dunque il processo deve tornare alla Corte d’appello. Difficilmente comunque ci saranno i tempi tecnici per giungere alla sentenza definitiva. La prescrizione per i reati di cui sono accusati Gabetti e Grande Stevens scatta infatti nel febbraio del 2013 ed è piuttosto improbabile che entro quella data sia possibile concludere l’iter processuale.
Dopo l’esito del primo grado la Procura di Torino e la Consob avevano deciso di saltare il ricorso in appello rivolgendosi direttamente alla Cassazione. Il giudice Casalbore infatti aveva riconosciuto la falsità del comunicato con cui, a fine agosto del 2005, le finanziarie degli Agnelli negavano alla Consob che fossero «in atto o allo studio» manovre sul titolo Fiat. Ma l’autore della sentenza di primo grado aveva ritenuto che di quella falsità non fossero responsabili né l’avvocato Grande Stevens (che curava da consulente tutta l’operazione per mantenere il comando degli Agnelli in Fiat) né Gianluigi Gabetti, all’epoca al vertice di Ifil-Exor. E’ questa tesi che la Cassazione ritiene non sufficientemente motivata ed è per questa ragione che è stata annullata l’assoluzione dei due imputati. E’ stata invece confermata l’assoluzione del manager Virgilio Marrone risultato pacificamente estraneo ai fatti.
Per la stessa vicenda la Consob aveva già condannato Grande Stevens e Gabetti sul piano amministrativo. Secondo la Commissione
di Borsa – e secondo la Procura di Torino e il Procuratore generale della Cassazione che ieri ha ripetuto la tesi in dibattimento – le finanziarie degli Agnelli studiavano da tempo una strada per evitare che il prestito
convertendo da 3 miliardi di euro, in scadenza a settembre 2005, consentisse alle banche creditrici di trasformare il debito in azioni Fiat, conquistando così il controllo della società. Per sventare il pericolo le finanziarie della famiglia utilizzarono nel settembre 2005 le azioni rastrellate nell’aprile dello stesso anno da Merrill
Lynch, ufficialmente per una scommessa sull’andamento del titolo (equity swap). Secondo la difesa, solo a fine agosto venne l’idea di trasformare le azioni dell’equity swap in titoli da utilizzare per mantenere la quota di controllo degli Agnelli sul Lingotto. Secondo l’accusa, invece, fin dall’aprile 2005 tutta l’operazione dell’equity swap serviva allo scopo di tutelare la quota Agnelli e dunque le finanziarie di Torino avrebbero mentito, a fine agosto, rispondendo ai quesiti della Consob sulle manovre in corso sul titolo. La sentenza della Cassazione è stata accolta con soddisfazione negli ambienti della procura torinese mentre i due alti esponenti delle finanziarie degli Agnelli non hanno commentato la decisione della Suprema corte. La Cassazione ha rinviato in appello anche le società Exor e Giovanni Agnelli Sapaz.

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