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G8, dall’evasione al commercio così le superpotenze della Terra provano a far ripartire l’economia

È un rovesciamento di scenario che ha spinto al ribasso le Borse, ha provocato perdite pesanti a tutti gli investitori in bond, crea sfiducia nei paesi emergenti colpiti da fughe di capitali, rincara il costo del debito pubblico anche nella periferia debole dell’eurozona. Ancora non è chiaro se l’inversione di tendenza dopo anni di calo dei tassi sia un “assestamento” fisiologico, frutto della ripresa americana che prima o poi farà venir meno la droga della liquidità pompata nei mercati dalle banche centrali; o se ci siano le avvisaglie di un problema più serio, l’embrione di nuove crisi finanziarie. Anche di questo parleranno gli otto leader più poscita
della terra, tenteranno di rassicurare i mercati che all’incertezza reagiscono con una pericolosa volatilità. Lotta all’elusione fiscale, trasparenza per le multinazionali e le piazze off-shore, nuovo patto transatlantico per liberalizzare gli scambi tra Europa e Stati Uniti. Sullo sfondo c’è il nodo dell’austerity, naturalmente. Ma Ba-
rack Obama vuole evitare il solito dialogo tra sordi, l’esercizio frustrante che dal 2009 oppone la sua “dottrina” anti-recessiva al rigorismo tedesco. Perciò il presidente americano, d’intesa col padrone di casa David Cameron, stavolta ha privilegiato una strategia diversa. Arriva in Irlanda del Nord ben deciso a ribadire che la cretenti
e il lavoro devono avere la priorità. Ricorderà agli interlocutori europei che gli Stati Uniti sono usciti dalla recessione già quattro anni fa proprio perché evitarono la trappola dell’austerity; e ora la crescita stessa sta “curando” il deficit pubblico americano nel modo più virtuoso, senza i drammi sociali e le sofferenze umane che il
rigorismo impone all’Europa. Ma è dal G20 di Pittsburgh nel 2009 che Obama si scontra con il rifiuto di Angela Merkel a trasformare la Germania in una “locomotiva”. Obama sa che non estorcerà concessioni so-
stanziali alla vigilia delle elezioni tedesche. Ha trovato però un terreno di convergenze con la Merkel: le tre t. Trasparenza, vuol dire imporre doveri di informazione “automatici” ai paradisi bancari e fiscali che attraggono gli investimenti delle multinazionali (uno di questi, l’Irlanda, è membro dell’eurozona). Vuol dire anche concordare norme internazionali per un’operazione-verità su chi si nasconde dietro le shell-companies, quelle società che sono gusci vuoti e nascondono l’identità dei contribuenti più ricchi. Non solo evasione: è nel mirino l’elusione legalizzata, che sottrae ogni anno 1.800 miliardi di dollari di imponibile solo al fisco americano, per l’abilità delle multinazionali nello scegliersi la “cittadinanza” più vantaggiosa. Un nuovo fronte della trasparenza interessa i paesi emergenti, soprattutto quelli africani: è la battaglia per imporre norme anti-corruzione all’industria estrattiva, i padroni
del petrolio, dell’oro e dei diamanti che foraggiano guerre, “possiedono” interi governi nell’emisfero
Sud.
Transatlantic Trade and Investment Partnership: la terza t è quella del commercio globale: ripartendo dalle due aree più ricche del mondo, Usa e Ue, per una nuova tornata di liberalizzazioni che alimenti la ripresa. La dottrina Obama vorrebbe inserire qui anche delle clausole a favore dei diritti dei lavoratori e dell’ambiente; l’embrione di una globalizzazione 2.0 che può preludere a un ri-negoziato anche con la Cina, per riformare regole che hanno portato a una “competizione al ribasso”. Anche su questo terreno Obama sa di poter contare sulla
Merkel, i tedeschi sono da sempre fautori del libero scambio su scala mondiale. C’è da superare la cosiddetta “eccezione culturale”: la battaglia della Francia per mantenere protezioni alla sua industria cinematografica, contro il Moloch di Hollywood. Fino a ieri gli americani hanno tenuto duro: o tutto o niente, la liberalizzazione non deve conoscere eccezioni. Ma l’effetto del cosiddetto “Datagate” (termine che non ha ancora attecchito negli Stati Uniti) potrebbe rendere Obama più malleabile. La delegazione europea solleva all’interno dei negoziati sul patto transatlantico di libero scambio la questione delle garanzie sulla privacy, per impedire che i giganti di Internet (Google, Apple, Facebook, Microsoft, Yahoo) siano cavalli di Troia di una intrusione del Grande Fratello americano nelle comunicazioni degli europei. Nella logica delle concessioni reciproche ci può stare qualche flessibilità sul cinema francese? Ma i problemi maggiori
sono altri. La questione fiscale è dirimente. In una fase in cui tutti gli Stati — inclusa l’America — soffrono per una penuria di risorse, e non possono inasprire il prelievo sui redditi da lavoro, andare a caccia dei grandi “elusori”, dalla finanza alle multinaziona-li, potrebbe mettere tutti d’accordo. Almeno sui grandi principi di una riforma. Uno studio dell’International Labor Organization dimostra che la mancanza di crescita è causata dal peggioramento delle diseguaglianze, e queste ultime hanno due cause fondamentali: la finanziarizzazione, e le politiche fiscali distorte in favore dei percettori di profitti e rendite.

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