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Fusioni salvagente

La fusione può salvare le aziende dalle misure disposte ai sensi della «231». Infatti, il sequestro finalizzato alla confisca per la responsabilità amministrativa della società incorporata non può essere disposto sui beni dell’incorporante in buona fede. È quanto affermato dalla Corte di cassazione che, con la sentenza n. 4064 del primo febbraio 2016, ha accolto il ricorso di Intesa Sanpaolo spa, alla quale erano stati sequestrati dei beni della società incorporata accusata di abuso di informazioni privilegiate, omessa comunicazione di conflitto di interessi e di manipolazione di mercato. In poche parole la responsabilità della società incorporante sancita dall’articolo 2504 bis Cc non può essere automaticamente estesa anche all’istituto della confisca penale.

In questi casi il giudice è tenuto a verificare la legittimità della misura a seconda dell’utilità che la grande azienda può aver percepito dall’operazione fraudolenta della piccola. In sentenza sul punto si legge che deve escludersi che la confisca (ed il sequestro preventivo ad essa finalizzato) disposta nei confronti della società che ha partecipato alla fusione per incorporazione, si estenda automaticamente alla società incorporante, solo sulla base della regola, fissata in sede civilistica dall’articolo 2504 bis, Cc, secondo cui «la società che risulta dalla fusione o quella incorporante assumono i diritti e gli obblighi delle società partecipanti alla fusione, proseguendo in tutti i loro rapporti, anche processuali, anteriori alla fusione». Tale regola, infatti, (che, peraltro, trova corrispondenza nella previsione dell’art. 29, dlgs. 8 giugno 2001, n. 231, secondo cui «nel caso di fusione, anche per incorporazione, l’ente che ne risultata risponde dei reati dei quali erano responsabili gli enti partecipanti alla fusione») va coordinata con i richiamati principi volti a tutelare la posizione del terzo di buona fede, estraneo al reato, perché, se così non fosse, la società incorporante o quella risultante dalla fusione si troverebbe esposta alle conseguenze di natura penale di reati commessi da altri, unicamente in base alla posizione formale di soggetto partecipante alla fusione.

Ora la causa tornerà al Tribunale del riesame di Bologna che dovrà rivedere la confisca disposta sui beni dell’istituto di credito alla luce dei principi affermati in sede di legittimità.

Anche la Procura generale del Palazzaccio, nell’udienza svoltasi lo scorso 27 ottobre, ha chiesto al Collegio di legittimità di accogliere il ricorso della banca.

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