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Fuori Marchionne, Cimbri e Salini così implodono le Confindustrie

Benvenuti nel Paese delle rappresentanze imprenditoriali à la carte. Nella quale ciascuno prende ciò che vuole e lascia ciò che non gli serve. Come in un grande supermercato delle lobby: si pagano soltanto i servizi che si comprano. Basta sprechi, anche questa è una spending review. Sergio Marchionne se ne va dalla Confindustria perché un gruppo industriale con aspirazioni apolidi vive come un ingombro il contratto nazionale dei metalmeccanici, oltreché la lentocrazia di Viale dell’Astronomia. P erò la Fiat-Chrysler resta iscritta all’Unione degli industriali torinesi dove ha le sue radici più antiche e dove vuole ancora contare tanto. Pietro Salini abbandona l’Ance perché l’associazione dei costruttori è utile ai piccoli che sopravvivono a stento nel mercato domestico, non a chi, come Impregilo, realizza all’estero oltre l’80% del proprio fatturato, però continua a pagare le quote associative alla Confindustria. L’Unipol dopo essersi fusa con la Fonsai dei Ligresti dice basta all’Ania perché con le sue strutture pletoriche frutto di un manuale Cencelli di settore l’associazione fa fatica a tenere il passo con i cambiamenti del mercato finanziarioassicurativo, però l’ad Carlo Cimbri ha deciso di proseguire ad applicare il contratto nazionale. La grande distribuzione ha lasciato la Confcommercio perché nei mega centri commerciali che hanno sostituito le piazze delle città c’è bisogno

di flessibilità di orario, di serrande alzate la domenica e nei giorni festivi, cose che sono incompatibili con quelle gestioni familiari che reggono i tradizionali esercizi di prossimità. Le associazioni degli artigiani, travolti dalla lunga Grande Crisi, mantengono ancora i propri iscritti ma potrebbero rischiare tra un po’ di finire, sulla scia delle ormai immodificabili tendenze demografiche italiane, come i sindacati dei lavoratori dipendenti: più pensionati che attivi. Rete Imprese Italia doveva costituire la rivincita dei piccoli rispetto allo strapotere “politico” della Confindustria dei capitalisti blasonati ma è nata pensando che la concertazione avesse un futuro mentre era già stata sepolta. Resistono con la loro anomala identità le cooperative, senza più le barriere ideologiche di un tempo, così come le associazioni degli agricoltori capaci di resettare in tempo l’antico collateralismo con la politica (sono passati i tempi in cui la Coldiretti eleggeva i suoi diretti rappresentanti nella liste della Dc) e costrette a fare i conti prima delle altre con l’integrazione delle politiche europee. Addio allora al Moloch delle associazioni della rappresentanza imprenditoriale uguali per tutti, grandi, piccoli, privati, pubblici, industriali, terziari. Sono state pensate e organizzate nel secolo della rigidità fordista, con duplicazioni di strutture e di poltrone costose e ora insostenibili, tanto che nei territori ci si fonde (dopo il Lazio anche gli industriali dell’Emilia Romagna e della Toscana lo stanno facendo). Il loro interlocutore (a parte i sindacati) era il governo nazionale, oggi per vincere si deve competere nel mondo, pure l’Europa è diventata stretta. La nuova, decisiva, polarizzazione tra le aziende, infatti, è tra chi esporta ciò che produce e chi non va oltre i confini nazionali. Questa è la vera, attuale, linea di divisione che tende a strutturarsi nelle organizzazioni di rappresentanza. Questo lega le scelte di Marchionne, Salini e altri. Riproponendo, ma solo come subordinata, la questione dimensionale delle aziende. Perché – va da sé – i piccoli fornitori arrancano, si aggrappano alle nuove filiere della produzione che rompono i vecchi confini e presto pure i contratti di categoria (si pensi solo a ciò che accade nel settore dell’industria agro-alimentare). I piccoli, nello stesso tempo, hanno bisogno delle sponde associative per avere i consulenti fiscali o del lavoro. Stare nelle filiere però significa anche strappare alcuni nuovi servizi. A Bergamo e a Varese, per esempio, hanno definito accordi per il credito bancario che prevede l’applicazione del medesimo rating a tutte le imprese della filiera. È un caso che avrà molti imitatori. In Lombardia e in Veneto “si affittano” ai piccoli i cfo (chief financial officer) per mettere a posto gli aspetti finanziari dell’azienda. Sono i nuovi servizi associativi visto che quelli tradizionali (consulenze sul lavoro e il fisco) cominciano a dover sostenere la concorrenza dei professionisti privati. I medi imprenditori delle multinazionali tascabili (quei 4 mila censiti dalle indagini di Mediobanca) sono iscritti alle organizzazioni di categoria ma non partecipano più di tanto alla vita associativa. Lo fanno più come testimonial nei convegni (sempre meno frequenti), ma poi rientrano nei capannoni. I grandi fanno da sé, come dimostrano ampiamente, appunto, i casi Fiat e Impregilo, utilizzando consulenti propri oppure internazionali. Tutto questo sta cambiando le organizzazioni di interesse, dunque. Un cambiamento subìto, finora. Poi ci sono i fattori interni, o meglio il fattore interno, il “fattore R”. Perché il primato della politica fortemente ricercato dal nuovo premier Matteo Renzi ha provocato uno smottamento nel sistema della rappresentanza sociale generale, già sotto assedio dagli attacchi della globalizzazione. «Renzi sta producendo lo stesso effetto che ebbe nel 1980 la “marcia dei quarantamila” quadri della Fiat», sostiene Paolo Feltrin, docente di Scienza della politica all’Università di Trieste. «Quella marcia svelò che un’epoca era finita. Ora Renzi ne chiude un’altra. Non si chiede alle organizzazioni di interesse di scomparire, ma di riposizionarsi. D’altra parte, basta andare sui siti delle varie confindustrie territoriali per toccare con mano quanto siano indietro rispetto all’epoca attuale. La sveglia è suonata». È finita l’epoca della concertazione ed è finita l’epoca della Confindustria politica. Confindustria non cerca nemmeno di dettare l’agenda, come ha ambito a fare dalla presidenza di Luigi Abete dall’inizio degli anni Novanta per passare da quella di Antonio D’Amato e finire alle gestioni più politiche di tutte, cioè di Luca di Montezemolo e di Emma Marcegaglia. La politica renziana ha spiazzato gli industriali che si sono ritrovati a portare a casa risultati che mai avrebbero sperato: l’abolizione sostanziale dell’articolo 18 (Giorgio Squinzi fece la sua campagna elettorale contro il “falco” Alberto Bombassei all’insegna de “l’articolo 18 non è una priorità”), l’abolizione della componente del costo del lavoro dal calcolo dell’Irap. Anche questa è la disintermediazione renziana. La stessa che ha prodotto gli ottanta euro di aumento retributivo mensile che, di questi tempi, valgono ben più di un rinnovo contrattuale. Confindustria si è adeguata, non chiede più tavoli di confronto, ma produce dossier tecnici che invia ai pc del governo. E spesso (come denuncia Susanna Camusso) ritrova le sue idee nei provvedimenti del governo. Oggi sarebbe inimmaginabile una presa di posizione comune delle associazioni di impresa come ai tempi della Marcegaglia, con il governo Berlusconi all’ultimo sospiro, sulle politiche per la crescita e l’occupazione. Il presidente della Confcommercio, Carlo Sangalli, ci ha provato ma ha trovato una Confindustria sfuggente. D’altra parte gli sconti Irap servono ai grandi, banche e assicurazioni comprese, a forte intensità di lavoro. I piccoli, con pochi dipendenti, vedranno poco o niente, e l’anticipo del Tfr farà loro più male che bene. I piccoli rincorrono il governo, come la Cna che, snobbata al pari degli altri da Renzi, ha convocato la prossima assemblea nazionale il 29 novembre in un capannone industriale di Mirandola nella zona colpita dal terremoto, per dire che le convention si possono fare proprio nei luoghi della manifattura, gli unici che il premier accetta di frequentare. Ma non è più il rapporto con la politica che può ricostruire la rappresentatività delle associazioni datoriali. Nel modello à la carte c’è forse proprio la via per la loro salvezza. Feltrin suggerisce un sistema fondato su quella che chiama “umbrella association”: un’associazione leggera di base con al livello inferiore associazioni di scopo (la riduzione di una tassa, per esempio) che una volta raggiunto le fanno morire. Altra proposta arriva da Confimi nata da un gruppo di dissidenti della Confapi guidati da Paolo Agnelli: solo le piccole imprese industriali con organizzazione leggerissima fondata sul volontariato degli aderenti. Si battono tutte le strade per uscire dalla crisi della rappresentatività. Ma siamo solo all’inizio.

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