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Fuori dall’euro per stare tranquilli

In una fase in cui raccogliere nuove masse è difficile, è aumentata la concorrenza tra le private bank per convincere i clienti ad accentrare le posizioni in un solo istituto. Tra gli strumenti utilizzati c’è anche il pagamento per quest’anno dell’imposta di bollo. Cosa che desta perplessità in più di un operatore. «A mio parere la concorrenza non si fa sui costi. Quanto vale la capacità di una banca e di un banker di aver salvaguardato il patrimonio del cliente in questi ultimi quattro anni? Sarebbe come scegliere un chirurgo in base al costo», commenta Stefano Piantelli, direttore commerciale di Banca Intermobiliare. Gli fa eco Stefano Rossi, amministratore delegato di Lcf Edmond de Rothschild Banque Italia. «Non credo che i clienti che cercano qualità cambino gestore solo perché gli viene pagato il bollo». Soprattutto sui clienti di fascia alta, aggiunge Ferruccio Ferri, amministratore delegato di Ubs fiduciaria e responsabile del network di filiali di Ubs Italia, «la concorrenza si gioca sulla solidità e sui servizi. Il prezzo non è la variabile principale di scelta».

Si diversifica sulle valute «Stiamo lavorando molto per aumentare le occasioni di incontro con i clienti attuali e potenziali, al fine di intercettare fasce di investitori scontenti del servizio offerto dalle altre banche. I risultati ottenuti in questi ultimi mesi sono molto incoraggianti», continua Piantelli. «La crisi ha dimostrato che anche gli strumenti finanziari considerati difensivi, come i titoli di Stato, possono riservare sgradite sorprese. Oggi i clienti in un’ottica prudenziale sono propensi ad allocare una quota più elevata del patrimonio in strumenti denominati in valute diverse dall’euro, spesso utilizzando fondi e gestioni per meglio diversificare il rischio. La percezione del rischio Italia è presente ma, tutto sommato, c’è ancora fiducia nel nostro Paese. Sono poche le richieste di trasferimento dei capitali all’estero, piuttosto si richiedono informazioni». La ricerca di protezione dalle eventuali disavventure dell’euro ha dunque aumentato la domanda di titoli e fondi denominati in divise estere. Ma ci sono due considerazioni da fare. La prima è legata ai bassissimi rendimenti dei titoli in divisa, soprattutto dollari e franchi svizzeri, la seconda è la volatilità delle valute estere contro euro. «È tutt’altro che inverosimile l’ipotesi che un titolo in divisa estera, dal bassissimo rischio e con la tripla A, perda parecchi punti percentuali per effetto delle oscillazioni tra le monete, che peraltro oggi sono assolutamente imprevedibili», sottolinea Stefano Calvi, capo de Private Banking Italy di Vontobel, Oggi più che mai, comunque, i clienti chiedono la protezione del patrimonio. «Non c’è, al momento, tanta attenzione sulla performance quanto ce n’è sulla protezione della ricchezza, per sé e per le generazioni future. Oggi è fondamentale essere vicini al cliente, spiegare e comunicare per tenere aggiornati su quelle che sono le continue evoluzioni di scenario, mantenendo poi un profilo di rischio basso. Ci viene chiesta sempre più diversificazione: per Paese, valuta ed emittente a fronte dei rischi insiti nell’area euro», racconta Giovanni Carrara, capo del Private Banking in Italia di Credit Suisse. «Operiamo da tempo in regime di consulenza o di gestione del patrimonio, questo permette la massima trasparenza e una forte riduzione dei conflitti di interesse. Oggi lavoriamo su una buona diversificazione degli investimenti, che resta lo strumento più efficace per proteggere il capitale». Sulla diversificazione sono quindi tutti d’accordo. «I clienti apprezzano l’investimento in varie valute che significa includere fondi in grado di investire in divise di dieci Paesi, in massima parte sviluppati, selezionando obbligazioni governative ad alto rating e cedole interessanti» spiega Paolo Federici, country head per l’Italia di Fidelity Worldwide Investment. «Proponiamo fondi in valute locali dei Paesi emergenti, sia puntando su trend regionali come l’inflazione sia su storie specifiche, come quella del Renminbi cinese».

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