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Fuoco incrociato sulla manovra Bersani: “Iniqua e inefficace”

Critiche, richieste di correzioni, bocciature. Il ddl stabilità inizia il suo iter alla Camera sotto il fuoco di pesanti giudizi, fuori e dentro l’Aula. All’attacco, per la prima volta dall’insediamento del governo Monti, anche la “strana” maggioranza, decisa a cambiare le norme. «Così com’è la legge di stabilità non è né equa né efficace», incalza su tutti Pier Luigi Bersani, segretario del Pd, nell’intervista concessa ieri a Repubblica tv.
«Faremo bene i conti, ma già adesso ci sembra che non porta sollievo alle fasce medie e basse di reddito. E se il saldo, tra detrazioni e Iva, risultasse negativo per le categorie più deboli, per noi non sarebbe accettabile». Va giù duro anche il presidente di Confindustria. «Dal governo nessun provvedimento incisivo per la ripartenza, in particolare su ricerca, innovazione e infrastrutture », ripete Giorgio Squinzi.
Nel mirino delle analisi più aspre, le misure sulla scuola. In particolare, l’aumento da 18 a 24 ore settimanali per tutti i docenti, in cambio di 15 giorni in più di ferie. «Misure prese di punto in bianco, dentro nessun contesto, che aggravano senza corrispettivo il lavoro degli insegnanti, li mettono allo sbaraglio in un sistema frantumato, chiudono la strada ai precari. Mi pare che nell’insieme la logica non tenga », attacca ancora Bersani. «Io dico, fermiamoci. La scuola ha bisogno di un attimo di pausa perché non si può continuare per due o tre anni a intervenire con le accette e con le botte». «Il governo cancelli i tagli inaccettabili alla scuola», fa eco Bonanni (Cisl). «La nostra mobilitazione continuerà fino a che il governo non rivedrà quelle odiose misure », avverte Pantaleo (Flc-Cgil). «È una norma che offende gli insegnanti», tuona Di Menna (Uil). «In parlamento vigileremo su tutte le misure preoccupanti che toccano fasce di disagio, in particolare la disabilità. Il diavolo è nei dettagli», prosegue scettico il segretario del Pd, mai così critico verso la politica economica del governo tecnico.
«Siamo dentro un meccanismo europeo che non funziona, in cui si rincorrono recessione e manovre, manovre e recessione. Ma così la strada non si trova», tuona ancora Bersani. «Anche la prassi di approvare in Consiglio dei ministri la copertina dei provvedimenti e poi scriverli dopo, introdotta da Berlusconi, non è una buona cosa», dice in riferimento al ddl stabilità, approvato il 9 ottobre, ma approdato solo ieri in commissione Bilancio di Montecitorio (relatori Brunetta, Pdl e Baretta, Pd). «Alla fine si creano incertezze e aspettative poi deluse». Stoccate arrivano anche sul decreto che taglia le spese agli enti locali: «Attenzione. Non vorrei che con questa giusta battaglia sui costi ci svegliassimo tra sei mesi con l’Italia ferma perché ogni atto deve essere controllato dalla Corte dei Conti, che tra due o tre anni sarà benvoluta come Equitalia.
Con queste norme, se il comune di Bettola decide di cambiare il ragioniere deve prima avere il parere del ministero degli Interni e poi quello della Ragioneria dello Stato. Ma così blocchiamo l’Italia e smontiamo le autonomie locali, le uniche in grado di creare lavoro». Sugli esodati, infine, Bersani non molla la battaglia condotta sin qui da Damiano: «Bisogna tamponare il problema e intanto fare una ricognizione. Non vogliamo sbaraccare i conti, ma la riforma delle pensioni ha prodotto un buco ed esistono margini per perfezionarla. Se nella legge di stabilità non c’è nulla per gli esodati, dobbiamo mettercela».

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