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Fuga parallela da oro e petrolio adesso la ripresa si fa più incerta

La fuga dall’oro vero, ormai, sembra quella dall’oro nero. La quotazione del lingotto d’oro è in caduta libera: ha perso 100 dollari l’oncia in meno di un mese e non era così bassa dal 2010. Vale poco più di 1.090 dollari, ma, secondo una grande banca d’affari, Morgan Stanley, se le cose girano male può anche piombare a 800 dollari. Intanto, il petrolio ha ripreso a scendere: il barile vale meno della metà di un anno fa, ha nuovamente perso il 20% in quattro settimane ed è tornato intorno a quota 50 dollari. Sia l’uno che l’altro fenomeno possono essere spiegati, a prima vista, con quanto avviene nell’economia e con le attese dei mercati. Il problema è che le due spiegazioni non stanno insieme, una contraddice l’altra. I due crolli si assomigliano, ma dicono due cose opposte. La fuga dall’oro segnala l’avvio della ripresa, quella dal petrolio addensa le ombre di un ristagno mondiale. L’impressione, insomma, è che l’economia globale, in difficoltà da sette anni, nonostante i diffusi ottimismi, continui a correre sul filo.
Il crollo dell’oro è repentino e violento, ma inatteso solo nella sua velocità. Il metallo giallo è il più classico dei beni-rifugio, l’investimento da fare nei momenti di crisi. L’ascesa delle quotazioni era iniziata nel 2010, con l’economia mondiale in subbuglio, il dollaro debole, i tassi di interesse a zero. Il difetto del lingotto è che non paga interessi, ma se anche i titoli del Tesoro non ne danno, tanto vale approfittare della sicurezza dell’oro. Questo panorama non c’è più. L’economia Usa è in crescita. Quest’anno, dicono le previsioni Fmi, più dell’anno scorso e l’anno prossimo ancora di più. La Federal Reserve — scommettono in tanti — sta per porre fine all’era dei tassi zero e i titoli del Tesoro Usa (in assoluto i più trattati al mondo) daranno finalmente rendimenti palpabili. Tenere i soldi nell’oro non ha senso, tanto vale puntare sulla ripresa Usa e sulla Fed: si vendono lingotti, dunque, per comprare Bot (americani).
Anche il crollo del petrolio, però, non è inatteso. Il mondo nuota da mesi in un mare di greggio: i sauditi pompano al massimo e altrettanto fanno i loro concorrenti americani dello “shale oil”. Tuttavia, dicono gli economisti, solo per metà l’attuale sovrabbondanza di greggio sul mercato è dovuta ad un eccesso di offerta. L’altra metà è effetto di una domanda debole, svogliata. Il mondo chiede meno petrolio di quanto ci si aspettava. Ma non solo petrolio. Il greggio è il capofila di un’ondata di ribassi delle materie prime, che non risparmia nessuno. L’allarme rimbalza dagli operatori del latte in polvere di Auckland ai grossisti di pancetta di maiale a Chicago ai re del caffè di San Paolo. Il crollo è generalizzato. Scendono rame, zinco, piombo, nickel, ferro, acciaio, ma anche frumento, granturco e carne. Il contratto più di moda, in questo momento, fra gli speculatori è quello al ribasso sul ferro. Gli indici del settore sono in caduta libera da un anno. Non basta il lento rafforzamento del dollaro (la valuta in cui sono quotate tutte le materie prime) per spiegare mercati semideserti. L’indice Bloomberg delle materie prime non era così basso dal 2002.
Che succede? Il grande motore industriale cinese, il più vorace consumatore di materie prime, già impallato dal panico di Borsa di questi giorni, perde colpi anche nella realtà delle fabbriche. L’indice manifatturiero, pubblicato venerdì scorso, è il più basso degli ultimi 15 mesi. Ma è anche più inquietante che l’indice sia costantemente sotto quota 50 (il livello che distingue l’espansione dalla contrazione) dalla fine dell’anno scorso. I manager cinesi vedono in discesa fatturato, ordini, esportazioni. Un rallentamento era stato previsto dai tecnici dell’Fmi che all’inizio di luglio pronosticavano un ritmo di sviluppo inferiore al 7% quest’anno e ancora più basso l’anno prossimo. Ma il rallentamento potrebbe essere più brusco, come sembrerebbero indicare i mercati delle materie prime industriali. Nessuno, infatti, è in grado di sostituirsi all’idrovora cinese. E, comunque, le altre grandi potenze emergenti, dall’India, al Brasile gravato dai disavanzi del bilancio pubblico, alla Russia frenata dalle sanzioni e dal crollo del greggio, come gli altri petrostati del Medio Oriente, hanno i loro problemi. L’Fmi già prevedeva un secco calo del tasso di sviluppo dell’ex Terzo Mondo: al 4,2%, lontano dal 5 del 2013.
In effetti, la tempesta sulle materie prime è coerente con una economia mondiale in cui le ombre prevalgono sulle luci. L’Fmi che ad aprile già prevedeva un rallentamento globale rispetto all’anno scorso, a luglio ha rivisto le proprie previsioni al ribasso. Pur continuando a contare su una situazione, finalmente, più serena nell’eurozona, buco nero della crisi negli anni scorsi. Ma potrebbero esserci delle sorprese, anche rispetto alle previsioni avanzate solo poche settimane fa. Le notizie venute la scorsa settimana dagli indici manifatturieri (ovvero i sondaggi presso i responsabili acquisti delle aziende) non erano negative solo per la Cina. C’è un rallentamento inatteso anche in Germania e, a sorpresa, una secca diminuzione in Francia. Per un’area che danza da mesi sull’orlo della deflazione è anche più preoccupante il brusco calo della fiducia dei consumatori europei. Chi è preoccupato apre malvolentieri il portafogli e accantona gli acquisti: non è lo scenario che fa pensare ad una ripresa dei prezzi e all’archiviazione dei timori di deflazione.
D’altra parte, dalla Cina all’Europa, gli indicatori negativi degli ultimi giorni non sono fulmini a ciel sereno. Il commercio mondiale non parla affatto la lingua della ripresa. A maggio si è ridotto dell’1,2% rispetto ad aprile. Un calo a 360 gradi che investe import, export, mondo avanzato, mondo emergente. Il trend, dicono gli olandesi, non era così deludente dal maggio 2009, al culmine della grande crisi finanziaria. Per scuotere un’economia globale che sta scivolando nel ristagno ci vorrebbe, insomma, una ripresa americana più che ruggente: finora, però, non è nelle carte. Alla fine, la Fed potrebbe ripensarci e congelare l’aumento dei tassi. Per chi sta speculando al ribasso sull’oro, convinto che sia una scommessa fin troppo facile, una beffa.
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