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Fuga di imprese da San Marino

In fuga dal Titano. La crisi finanziaria, unita alla crociata del G20 e dell’Italia contro i paradisi fiscali, sta mettendo in ginocchio l’economia reale di San Marino. Negli ultimi quattro anni il governo ha assistito alla moria di imprese costrette a chiudere i battenti come conseguenza delle difficoltà dirette, legate al calo della domanda, e di quelle indirette, generate dalle politiche tributarie messe a punto dal governo italiano. E questo, con lo scopo di riportare legalità nei rapporti tra l’Italia e la Rupe, la cui economia è offuscata da tempo da un alone di opacità. Molte di queste imprese stanno riaprendo i battenti in territorio italiano. I dati sono allarmanti. Nel corso del 2009 all’ombra del Titano 200 aziende circa hanno cessato le attività. L’anno dopo è andata ancora peggio con 324 società su un totale di 3.473 costrette ad abbassare le saracinesche. Le statistiche ufficiali parlano di un tasso di mortalità delle aziende passato dal 5,5% al 9,3% nel biennio 2009-2010. E negli ultimi mesi le cose non sono migliorate.

Tra il 2011 e il 2012 sono state 374 le imprese costrette a chiudere. Soltanto 41 tra marzo e aprile scorsi. Tra i settori più colpiti, le attività immobiliari, quelle di informatica, le forniture per l’ufficio, ma anche l’editoria e logistica. Tutti ambiti in cui operava, tra gli altri, il Gruppo BI-Holding. Vera e propria colonna portante dell’industria del Titano, composto da 10 aziende, 350 dipendenti e un fatturato superiore ai 200 milioni di euro. Anche questa società nei giorni scorsi si è piegata sotto i colpi della crisi annunciando un doveroso piano di licenziamenti che coinvolgerà 21 persone.

«La difficile ma necessaria scelta è maturata dopo lunga e attenta analisi dei risultati di business, su cui ha pesantemente influito la perdurante crisi economica, che negli ultimi tre anni ha investito l’intera Repubblica, a seguito dell’inserimento nella black list italiana», hanno fatto sapere dalla società. «Questa situazione ha penalizzato tutte le aziende del territorio». Si tratta, tuttavia, soltanto dell’ultimo caso di una lunga lista di nomi eccellenti che hanno scontato gli errori strategici passati di una politica orientata alla scarsa trasparenza. E che ha portato oggi a una situazione critica per gli ultimi baluardi del capitalismo sanmarinese ancora in piedi. A metà marzo era toccata alla Titanbagno, che commercializzava in tutto il mondo il marchio Titan. Licenziamenti anche alla Ala Cucine. Mentre il Congresso di Stato, questo mese, ha autorizzato il ricorso alla mobilità per 11 lavoratori della Rupe a cui se ne aggiungono altri 25 finiti in mobilità il mese scorso. Un po’ in tutti i settori, dai trasporti alle agenzie di pubblicità, dalle imprese edili, alle attività di ristorazione, studi notarili e commerciali.

Tra questi figurano anche alcuni nomi noti come la Banca commerciale sammarinese, acquisita di recente da Asset banca. Oltre a International Game Trade, Gasperoni Arredamenti, M.D.A. Metalli D’Arte o Materica Srl, tanto per citarne alcune.

Immediato l’effetto sul livello occupazionale della Repubblica. I dati ufficiali parlano di un tasso di disoccupazione passato dal 4,9 al 6,2% in appena 12 mesi a causa di un incremento dei non occupati di 233 unità. Numeri molto piccoli, se considerati in assoluto, ma comunque rilevanti all’interno di una comunità lavorativa che contava a fine maggio appena 19 mila lavoratori. E così, mille di questi sono scesi in piazza venerdì 22 giugno per un grande sciopero generale indetto contro la riforma tributaria annunciata dal governo, esasperati dai timori di precarietà. In mano, cartelli con slogan che stridono con la ricchezza e l’opulenza a cui è stato fino a oggi associato il nome di San Marino: «Il popolo ha fame», oppure «basta parole. Vogliamo i fatti». I fatti, per il momento, sono che soltanto 25 aziende del Titano hanno ricevuto a oggi l’autorizzazione dal ministero dell’economia e delle finanze italiano a partecipare alle gare di appalto in Italia. Ma in futuro le cose potrebbero cambiare grazie all’intesa raggiunta a metà giugno tra Italia e San Marino sulla revisione dell’accordo contro le doppie imposizioni. «Si è compiuto un importante passo per uscire dalla black list che negli ultimi due anni ha creato tantissimi problemi alle imprese sammarinesi», hanno spiegato dalla Camera di commercio del Titano. «Ciò che emerge dall’ultima analisi congiunturale è che il 62% delle imprese sammarinesi segnala ancora problemi relativi alla black list, in linea con le due rilevazioni precedenti (57% a ottobre 2011 e 61% a maggio 2011)». In questo senso, tra i settori più colpiti ci sarebbero le attività finanziarie e il commercio all’ingrosso.

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