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Fuga delle banche dall’Euribor

L’Euribor potrebbe sparire da solo, di rapida consunzione. Prima ancora, cioè, che le autorità del Vecchio continente e mondiali possano procedere con una promessa riforma. La sopravvivenza del grande indicatore europeo dei tassi di tassi d’interesse, scosso da devastanti scandali di manipolazione assieme al fratello maggiore Libor in 10 valute, è quanto mai in forse tra i suoi stessi artefici: la fuga delle banche dal gruppo che fornisce i dati necessari al calcolo ha assunto le proporzioni di un esodo. Ben tre istituti in quattro giorni si sono “dimessi”, riducendo il novero delle società finora rimaste nel “panel” a 39 dalle 44 dell’anno scorso, e facendo temere al mondo finanziario un’immediata irrilevanza.
L’ultima in ordine di tempo a dare l’addio all’Euribor è stata l’austriaca Raiffesen bank International: smetterà di fornire informazioni sui suoi tassi interbancari il 15 gennaio, perchè questa attività è diventata «meno significativa». Nei giorni scorsi erano uscite la Bayerische Landesbank e la Rabobank, citando ragioni di business e strategia. Altre potrebbero seguire a breve l’esempio: Erste Group Bank, la principale banca austriaca, ha indicato di aver avviato un esame delle opzioni. E nel 2012 si erano già ritirate Citigroup e DekaBank. Le principali banche italiane, Intesa Sanpaolo, Unicredit, Mps e Ubi Banca, non sono intenzionate a lasciare. L’Euribor-Ebf, l’associazione legata alla Europan Banking Federation di Bruxelles che ha ideato l’Euribor nel 1999, ha tuttavia messo in guardia da ulteriori defezioni eccellenti a causa della perdita d’immagine e credibilità dell’indicatore. «Sono molto preoccupato – ha ammesso Cedric Quemener, esponente dell’associazione, al Wall Street Journal –. L’Euribor deve essere riformato e rapidamente. Se altre banche escono potrebbe cessare di esistere».
La profezia sull’Euribor è che quantomeno sia in gioco fin d’ora la sua rilevanza un tempo indiscutibile per migliaia di miliardi di prestiti e derivati denominati nella moneta unica. Ancor più, sottolineano alcuni analisti, dopo che la Bce ha iniettato forte liquidità nel sistema finanziario europeo rimpiazzando di fatto, almeno per il momento, una parte del mercato interbancario. Ma le incognite sulle conseguenza globali di un’accelerata crisi di simili indicatori restano aperte. Le riforme, oltretutto, sono ancora a venire: la Commissione Europea ha avviato il dibattito su cambiamenti nel Libor, calcolato a Londra, nell’Euribor e in altri indicatori di riferimento dei tassi che infuenzano oltre 800mila miliardi di dollari di contratti e titoli al mondo. Una proposta legislativa, però, è prevista solo nel prosieguo dell’anno.
La “dinastia” Libor minaccia invece di avere i giorni contati, trascinata inesorabilmente al declino dalla spirale degli scandali: da mesi le autorità internazionali indagano con crescente determinazione su quello che è diventato uno dei più grandi scandali della storia finanziaria, mettendo sotto torchio oltre una decina di colossi bancari e reti di trader accusati o sospettati di avere alterato i dati. L’obiettivo erano guadagni irregolari o falsificare lo stato di salute della banche, che si riflette nel tasso al quale sono in grado di ricevere credito sulla piazza interbancaria.
Due colossi bancari hanno finora concordato di pagare multe sull’onda delle inchieste condotte anzitutto dalle authority americane e londinesi sulla “pista” Libor dello scandalo: Barclays, che ha versato 450 milioni di dollari, e Ubs, che ha pagato 1,5 miliardi. Ubs a oggi ha anche licenziato 18 dipendenti. Il Dipartimento della Gustizia Usa ha incriminato due ex dipendenti della banca svizzera tra i protagonisti di un network internazionale di trader al centro della manipolazione e le autorità britanniche hanno a loro volta fermato tre persone. Nel mirino di entrambi, in particolare, Tom Hayes, ex trader sia di Ubs che di Citigroup, di origine inglese e che aveva a lungo operato da Tokio. Quasi il simbolo di uno scandalo globale tuttora irrisolto.

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