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Fuga dalle grandi società globali, corsa ai beni rifugio

MILANO.
La grande migrazione del denaro continua. Dai rischi finanziari si sposta sui consueti porti sicuri: oro, debito blindato di Germania, Gran Bretagna, Usa, valute di Svezia e Giappone. Poco importa se il rendimento è zero, almeno non si perde e non si rischia.
Siamo al fuori tutto di una crisi che per certi versi sembra peggiore che nel 2011. L’anello debole non sono più le banche italiane – che problemi ne hanno a iosa – ma tutti i campioni nazionali dei Paesi europei “virtuosi”. Che proprio per la virtù pubblica hanno permesso alle patrie banche di campare raccogliendo denaro a basso costo per impiegarlo nel campo della finanza più spinta. Il caso Deutsche Bank è il più eclatante, per cifre e rango. Ma ieri, a guidare i ribassi dell’indice Euro Stoxx delle 47 banche continentali, c’era un collage di bandiere. Prima Société Générale, con un -12,5% maturato dopo l’uscita dei dati 2015. La banca francese presieduta da Lorenzo Bini Smaghi ha utili per ben 4 miliardi, e la metà li distribuisce come dividendi; tuttavia ha scelto un giorno no per dire che nel 2016 non confermerà l’obiettivo di redditività al 10% del capitale, dato «l’aumento delle esigenze patrimoniali» e il contesto. Tallona i francesi la greca Eurobank (-12,24%). Seguono a scalare le italiane Ubi, Mps, Bper, Banco popolare, poi l’illustre Credit Suisse (-8,41%), e con un calo attorno al 7% le due spagnole Bankia e Bbva, Unicredit e la britannica Barclays.
L’analisi sui ribassi – l’indice europeo da gennaio è giù del 30% – è univoca. Le banche sono un volano delle economie, così la frenata in Cina, Usa ed Europa le danneggia. Da una parte rallenta il ciclo di rientro dei crediti – l’Italia, con 200 miliardi di sofferenze, lo sa – dall’altra mantiene i presupposti per la politica monetaria espansiva in atto dal 2011. Ma il denaro gratis dei banchieri centrali ha un costo, per gli istituti di credito: azzera i margini di interesse sui prestiti, e rende insostenibili i costi delle reti di filiali. I tassi zero fanno male alle banche anche come debitrici, perché sono tra i maggiori emittenti di bond. Solo in Italia circa 500 miliardi, metà in mano al pubblico e fortemente deprezzati nel 2016. Molti operatori, per coprirsi dai rischi sui bond, vendono le azioni delle banche, con spirali viziose. Altri, dopo anni di speculazioni a debito sui bond, li vedono cadere e sono costretti a liquidarli, pentendosi. «C’è un fondo di Pimco da 6 miliardi di bond ad alto rendimento di società energetiche e finanziarie dice un banchiere londinese – che stanno precipitando, provocano riscatti a catena». Anche l’energia, col barile a 26 dollari, è nel fosso: Rio Tinto, il gigante anglo-australiano delle materie prime uscito ieri con perdita 2015 di quasi un miliardo e dividendo dimezzato, ha lasciato un -9,1%.
Per giunta, gli operatori hanno oggi poca fiducia nella capacità delle banche centrali di gestire la crisi. Ieri, quando Janet Yellen ha detto in commissione finanza del Senato Usa «non escluderei la possibilità di tassi negativi», lei che a dicembre li ha alzati dopo nove anni, il disorientamento è salito. E come sempre porta a investire in beni rifugio. L’oro, salito del 5,8% sopra 900 dollari l’oncia. I titoli tedeschi, statunitensi e britannici, che pagano tassi negativi a breve e minimi sui decennali. Lo yen, ai massimi da 15 mesi sul dollaro, o la corona svedese, che ha tentato invano di calmierarsi limando il tasso di sconto da -0,35% a -0,50%. Era mattina, e sui monitor s’è visto il naturale deprezzamento. Ma in due ore s’era riformata la coda di chi paga per dare soldi alla Svezia, porto sicuro, e la corona ha chiuso in rialzo.
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