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Fuga dal Sud

Altro che immigrazione, è la fuga dalle regioni del Sud «la vera emergenza meridionale». Più di due milioni di persone hanno lasciato il Mezzogiorno tra il 2002 e il 2017 per trasferirsi al Nord oppure all’estero. Moltissimi sono giovani, tanti laureati. Qualcuno è tornato, ma il saldo al netto dei rientri è negativo per 852 mila unità, vale a dire quanto una città delle dimensioni di Napoli. Le anticipazioni del rapporto Svimez sgombrano dunque il campo dalla martellante propaganda leghista. «Sono più i meridionali che emigrano dal Sud per andare a lavorare al Centro Nord e all’estero, che gli stranieri immigrati regolari che scelgono di vivere nelle regioni meridionali », scrivono gli analisti dell’associazione che parlano, senza mezzi termini, di «dramma».
Non si tratta di un’opinione, ma di quanto emerge dai dati. Nel 2017, ad esempio, 73 mila cittadini provenienti dall’estero sono stati iscritti nel Mezzogiorno, mentre i cittadini cancellati dal Sud sono stati 132 mila, la metà dei quali ha meno di trent’anni e di questi uno su tre ha un diploma di laurea in tasca.
I numeri «dimostrano che l’emergenza emigrazione del Sud determina una perdita di popolazione, soprattutto giovanile e qualificata, solo parzialmente compensata dai flussi di immigrati, modesti nel numero e caratterizzati da basse competenze », sottolineano gli esperti della Svimez. E avvertono: «Questa dinamica determina, soprattutto per il Mezzogiorno, una prospettiva demografica assai preoccupante di spopolamento, che riguarda in particolare i piccoli centri sotto i 5 mila abitanti».
Tutto ciò in una cornice che dopo un triennio 2015-2017 caratterizzato da una «pur debole ripresa», vede riallargarsi pericolosamente la forbice tra le regioni meridionali e quelle del Centro Nord. «Al Mezzogiorno mancano quasi 3 milioni di posti di lavoro per colmare il gap occupazionale » con il resto del Paese. Al Sud sono fortemente «limitati» i diritti di cittadinanza, mancano i servizi, pur in un contesto di «forte disomogeneità » fra le regioni, con Abruzzo, Puglia e Basilicata che, nel 2018, hanno fatto registrare il più alto tasso di sviluppo, mentre il Pil della Campania è fermo a zero dopo un triennio di effervescenza. Lo spettro della recessione è dietro l’angolo, perché l’associazione prevede, per il 2019, una diminuzione del Pil al Sud dello 0,3 per cento, mentre il Centro Nord sale dello 0,3. Ma lo scenario complessivo disegna anche un «doppio divario»: se, nel 2018, il Sud cresce meno del Centro Nord, nello stesso periodo l’Italia rallenta vistosamente rispetto all’Unione Europea. «Siamo l’unico paese, a parte la Grecia, che non ha ancora recuperato i livelli pre-crisi». Il presidente della Svimez, Adriano Giannola, parla di «ultima spiaggia non solo per il Sud, ma per l’intero Paese». E il progetto di autonomia differenziata, evidenzia l’economista, «tende a consolidare la situazione di indebito privilegio nella distribuzione delle risorse, che si manifesta in diritti di cittadinanza estremamente divaricati fra Nord e Sud, in modo non costituzionalmente corretto. E quindi illegale ».
Il leader della Cgil Maurizio Landini invoca «un piano straordinario di investimenti per il Sud». Per il segretario del Pd, Nicola Zingaretti, «ci sono cose di cui Salvini e Di Maio non vogliono parlare ma oggi lo Svimez ci ricorda che ci sono oltre due milioni i giovani che stanno abbandonando l’Italia perché qua non c’è sviluppo e il Mezzogiorno è in recessione. Per questo bisogna cambiare: la Costituente delle idee è utile a costruire un nuovo programma». Troppi ragazzi del Sud vanno via, e un pezzo del Paese si sta spopolando.
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