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Fuga dal rischio: liquidità ai livelli del crack Lehman

Una delle maggiori perplessità avanzate da chi critica il Quantitative easing e le politiche monetarie ultraespansive messe in atto dalle banche centrali in tutto il mondo in questi anni riguarda il fatto che l’enorme massa di liquidità immessa tramite il canale monetario, più che finanziare la ripresa dell’economia reale, ha contribuito ad alimentare bolle speculative sui mercati finanziari. La spinta propulsiva degli stimoli monetari sui mercati tuttavia è sembrata esaurirsi in questi primi mesi del 2016 con il paradosso che la liquidità ha faticato ad affluire, non solo a famiglie e imprese, ma anche agli stessi mercati finanziari che per lungo tempo ne hanno beneficiato.
Significativi a questo riguardo sono i numeri dell’ultimo sondaggio di Bank of America Merrill Lynch tra i grandi fund manager dal quale è emerso che i grandi gestori hanno aumentato la quota del portafoglio destinata alla liquidità portandola in media al 5,5 per cento. Sui livelli della fine del 2008, quando il collasso della Lehman Brothers precipitò l’economia globale nell’abisso della crisi finanziaria. La scelta di privilegiare il cash è indicativa di un mercato incerto sul futuro che, piuttosto che prendersi rischi, preferisce tenere parcheggiata la liquidità. Anche a costo di non guadagnarci nulla. Se non addirittura perderci considerando che oggi, come ha recentemente stimato l’agenzia Fitch, ci sono in circolazione titoli di Stato a tassi negativi per un controvalore di quasi 10mila miliardi di dollari.
Il 5,5% del portafoglio investito in liquidità non è il massimo livello toccato quest’anno dato che a febbraio questo indicatore toccò 5,6% portandosi sui massimi dal 2001. Allora però l’interpretazione degli analisti era orientata a guardare il bicchiere mezzo pieno: il fatto che gli investitori fossero più liquidi del solito veniva infatti considerato foriero di un possibile rimbalzo dei mercati dopo i crolli della prima parte dell’anno. Scenario puntualmente verificatosi tra marzo e aprile con il rally di emergenti e materie prime. La lettura del sondaggio di maggio è meno positiva anche in considerazione del fatto che solo una minima parte degli intervistati (il 12%) ha affermato in questa fase «di volersi prendere più rischi del solito». Gli analisti infatti preferiscono interpretare la preferenza per il cash come sintomo di avversione al rischio indicativo di mercati che si preparano a «un’estate di shock».
C’è da sperare che l’estate 2016 sui mercati sia meno volatile di quella del 2015 ma una serie di elementi di incertezza all’orizzonte non lasciano ben sperare. Quello che più di tutti sembra turbare i sonni degli investitori riguarda l’esito del referendum sulla permanenza del Regno Unito nell’Unione europea in programma il 23 giugno. Alla domanda su quale sia il principale elemento di rischio in questa fase, il 27% degli intervistati ha infatti risposto «Brexit». La generale avversione al rischio è motivata poi da un deterioramento delle aspettative sugli utili delle società quotate. Il 73% degli intervistati sostiene che le aziende non investano abbastanza nel loro business di riferimento. Per chiudere con un gioco di parole: se gli investitori non investono è anche perché le aziende non investono. E in questo contesto i problemi di deflazione che affliggono l’Eurozona e altre economie sviluppate non sono certo di aiuto.

Andrea Franceschi

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