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Fs, via Elia e Messori Padoan: nuovi vertici per la privatizzazione

ROMA.
Azzerato il vertice di Ferrovie dello Stato. Nel cda decisivo di ieri mattina si è consumato l’atto finale del lungo addio dell’amministratore delegato Michele Mario Elia e del presidente Marcello Messori.
Dopo mesi di incertezza e pressione del governo sul vertice del gruppo ferroviario, sono arrivate le dimissioni della maggioranza dei consiglieri del cda. Una mossa che ha costretto, di fatto, anche il resto del consiglio alla resa, dopo le resistenze di Messori e Elia al passo indietro.
Ora, nei piani di Matteo Renzi e del ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan, si schiudono le porte verso una privatizzazione senza le resistenze del vertice di Fs a partire dal 2016. Al posto dei due dirigenti dimissionari nelle prossime ore potrebbero essere indicati i nomi di Renato Mazzoncini (ad di Busitalia, società del gruppo) e Simonetta Giordani come presidente. Per quest’ultima potrebbero schiudersi in alternativa le porte di Rfi o Trenitalia, i cui cda andranno rinnovati assieme a quello di Fs.
Anche sul numero dei consiglieri nelle ultime ore si sarebbe aperta una riflessione all’interno dell’esecutivo. Il cda di Ferrovie è infatti l’unico ad avere 9 consiglieri contro i 5 delle altre società partecipate dal Tesoro. Possibile dunque un taglio di quattro posti.
Allo stesso modo anche il cda di Rfi – che ieri ha acquisito la società Bari Fonderie Meridionali con 100 dipendenti per 6,5 milioni – e quello di Trenitalia potrebbero passare a 3 consiglieri concentrando in un’unica poltrona ad e presidente.
I sindacati però cominciano a fare la voce grossa. Dopo la minaccia di mobilitazione di tutta la categoria, lanciata pochi giorni fa dalla Cisl, il responabile dei Trasporti Giovanni Luciano chiede che le Fs «vengano tutelate: non si mette a rischio un’impresa solida e competitiva per ipotetici introiti economici tra l’altro modesti. Chi vuole fare affari sulle Fs?». Duro anche il commento della Cgil che con il segretario della Filt Franco Nasso parla di «fatto irrituale, difficile da comprendere e non giustificato dalle condizioni dell’azienda. La discontinuità nei vertici, collegata all’ancora confuso progetto di privatizzazione, sono ragione di forte preoccupazione ». E per Claudio Tarlazzi della Uil «è bagliato affrontare una scelta così complessa e strategica per il Paese con mere logiche di far cassa». Anche il fronte politico è in fibrillazione a partire dal Pd. Pier Luigi Bersani chiede un percorso di maggiore «trasparenza» sul caso Ferrovie. Più a sinistra si fa sentire Stefano Fassina per Sinistra italiana: «Il governo – dice l’ex vice ministro all’Economia col Pd – conferma la volontà di disinvestimento nei confronti del servizio pubblico di mobilità delle persone, un vero e proprio “bene comune”». Dai 5 Stelle, infine, critiche durissime: «Le dimissioni in massa sono tabula rasa per dare mano libera a Renzi. È la fine di ogni velleità di promozione e sviluppo del trasporto pubblico locale».
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