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Fronte interno per Tsipras: radicali in pressing. E torna l’ombra del default

Sono due clessidre parallele, e in entrambe la sabbia sta scorrendo a una velocità che probabilmente Alexis Tsipras non aveva messo in conto. Non era questo lo scenario sul quale il premier di Atene basava i suoi piani meno di due mesi fa, quando fu eletto con la promessa di finirla con l’«umiliazione nazionale » imposta dal resto d’Europa.

La prima clessidra segna il deflusso di cassa del Tesoro greco, la seconda quello dei consensi attorno al leader. La prima segnala che per il governo sarà dura onorare i pagamenti che lo attendono questo mese. La seconda registra in parlamento lo scollamento dell’ala più radicale di Syriza, il cartello di gruppi di sinistra che hanno portato il premier al potere, e il primo calo del governo nei sondaggi.
Fino al 25 gennaio, la data delle elezioni, il tempo aveva lavorato per Tsipras. Da allora sta correndo in senso opposto con la stessa accelerazione. Questo mese il ministro delle Finanze Yanis Varoufakis ha bisogno di trovare 2,3 miliardi di euro per coprire il fabbisogno dello Stato, altri 3,2 per il rimborso di titoli di debito a breve termine in scadenza, più 1,2 miliardi di crediti dovuti al Fondo monetario internazionale. La linea d’ombra di un nuovo default, questa volta incontrollato, si fa ogni giorno più vicina.
Non deve finire necessariamente così, per Tsipras e Varoufakis: un robusto e dettagliato accordo sulle riforme a Bruxelles sbloccherebbe subito una nuova rata di prestiti da 7,2 miliardi dal resto dell’area euro; intanto la Banca centrale europea, ha detto il suo presidente Mario Draghi, concederà di nuovo la deroga che permette agli istituti greci di finanziarsi liberamente a Francoforte anche sulla base di garanzie considerate dalmercato come «spazzatura».
La strada davanti a Tsipras è già segnata. Il problema è che la logica di Eurolandia e quella finanziaria stanno entrando sempre di più in collisione con gli equilibri interni delle forze che sostengono il premier greco. Ieri a Bruxelles i ministri dell’Eurogruppo hanno respinto la prima lista di riforme presentate da Atene, perché la considerano vaga. Il piano di misure che Varoufakis ha appena mandato a Bruxelles non copre neppure un quinto degli interventi sui quali il ministro si era impegnato nella sua prima lettera all’Eurogruppo due settimane prima, quella che doveva garantire l’accordo. Varoufakis propone di attrezzare «turisti, studenti e casalinghe » con telecamere nascoste contro gli evasori, ma non ha una parola sulla riforma fiscale, sulla riduzione dei ministeri da 16 a 10, sul piano nazionale contro la corruzione. Niente su come coprire l’ammanco dovuto al blocco delle privatizzazioni.
Per l’Eurogruppo e la Bce, quella lettera non va abbastanza lontano. Poche ore prima però lo stesso piano era stato discusso a porte chiuse per 12 ore dai 149 parlamentari di Syriza. Secondo Medley Global Advisors, un’agenzia di servizi agli investitori, al termine del confronto un gruppo fra 18 e 30 deputati della sinistra interna avrebbe votato contro. Questa fazione include il ministro dell’Energia Panagiotis Lafazanis e, a loro parere, la lettera di Varoufakis a Bruxelles va troppo lontano. Intanto l’ultimo sondaggio Marc, preso in Grecia nello scorso week-end, registra per la prima volta un crollo del 19% al consenso del nuovo governo.
Per Tsipras la strada si fa sempre più stretta. Per ora potrà rastrellare ancora 250 milioni da un’agenzia di aiuto agricolo, 640 in dividendi dalla Banca di Grecia, 450 da un fondo per le banche: spiccioli rispetto al reale fabbisogno. Molti sospettano che con le sue promesse a Bruxelles di fine febbraio mirasse solo a sbloccare nuova liquidità dalla Bce, ma il piano è fallito quando Draghi ha chiesto di vedere misure concrete. Un ex ministro delle finanze di Atene stima che sarà durissima quest’anno evitare il ritorno a un forte deficit pubblico, perché l’enorme incertezza sta affondando di nuovo l’economia.
Di qui la sola via d’uscita che sembra restare oggi a Tsipras: nuove elezioni o un referendum. Non sull’euro, ma su un programma di riforme finalmente solido sul quale il premier può ancora provare a raccogliere una coalizione di greci con la testa sul collo. Quelli che vogliono restare in Europa.
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