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Frodi, normativa italiana incompatibile con il diritto Ue

La pronuncia famosa come sentenza «Taricco» ha stabilito a livello comunitario l’incompatibilità con il diritto dell’Unione europea della normativa italiana sulla prescrizione dei reati in materia di frodi Iva. Il rischio evidenziato dai giudici comunitari è quello che per mezzo distorto dell’istituto della prescrizione dei reati si offra una sorta di garanzia di impunibilità a reati che minano le risorse proprie dell’Unione; situazione questa che obbliga l’Italia a modificare la normativa per ottemperare ai propri obblighi nei confronti dell’Unione europea.

In particolare la normativa italiana viene criticata perché non prevede la sospensione del decorrere della prescrizione durante un processo penale in corso e perché contiene un termine di prescrizione fisso, ossia un lasso temporale massimo che non è intaccato dalle vicende che intervengono.

Da qui l’idoneità della legge italiana a pregiudicare gli obblighi imposti agli stati membri, nell’ipotesi in cui detta normativa nazionale impedisca di infliggere sanzioni effettive e dissuasive in un numero considerevole di casi di frode grave che ledono gli interessi finanziari dell’Unione europea, o in cui preveda, per i casi di frode che ledono gli interessi finanziari dello stato membro interessato, termini di prescrizione più lunghi di quelli previsti per i casi di frode che ledono gli interessi finanziari dell’Unione europea.

Peraltro le direttive comunitarie e lo stesso trattato dell’Unione europea prevedono che gli stati membri abbiano non solo l’obbligo di adottare tutte le misure idonee a garantire che l’Iva dovuta nei loro rispettivi territori sia interamente riscossa, ma devono anche lottare contro la frode.

Da qui la conseguenza che il giudice nazionale è tenuto a disapplicare le disposizioni nazionali in tema di prescrizione dei reati tributari che comportano una frode così come individuata dalla normativa comunitaria. In particolare la nozione di frode è definita all’articolo 1 della Convenzione di Lussemburgo del 1995 (convenzione Pif) come «qualsiasi azione o omissione intenzionale relativa (…) all’utilizzo o alla presentazione di dichiarazioni o documenti falsi, inesatti o incompleti cui consegua la diminuzione illegittima di risorse del bilancio generale dell’Unione o dei bilanci gestiti dall’Unione o per conto di essa». Tale nozione include, di conseguenza, le entrate provenienti dall’applicazione di un’aliquota uniforme agli imponibili Iva armonizzati determinati secondo regole dell’Unione.

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