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Friuli, modello per il Recovery

Dario Barnaba fu, con il commissario Giuseppe Zamberletti e il presidente della Regione Antonio Comelli un componente di un grande e compatto team, quello della ricostruzione del Friuli devastato dal terremoto del 1976.

La forza della disperazione si trasformò in una rinascita senza precedenti e quel metodo di lavoro portò in un decennio alla completa ripresa. È universalmente noto come il «modello Friuli». Nel 2011 Barnaba dimostrò ai giapponesi che avevano subito la catastrofe di Fukushima, la validità di quel «modello». E invitato a Tokyo, dichiarò a Stefano Carrer e a una grande platea: «Vedo analogie tra Fukushima con il dopo-terremoto friulano. Lo Statuto di autonomia speciale fu condizione determinante. il sistema di attività ideato dal Parlamento, dal Governo e dall’amministrazione regionale si tradusse in opere tangibili. Oggi, anche per quella ricostruzione, la Regione presieduta da Massimiliano Fedriga ha i primati europei di un cluster industriale internazionale senza precedenti.

Domanda. Confrontiamo, Barnaba, il terremoto del 76 e della pandemia del 2020.

Risposta. Dei danni nel territorio erano circa 20 miliardi di euro attuale (equivalenti a quasi 5 mila miliardi di lire). La Regione ne ebbe da investire più del doppio, 13 mila miliardi di lire, oltre 40 mld di euro attuali.

L’attuale Recovery plan è di oltre 200 mld ma con un leverage molto più elevato. La pandemia del 2020 è un evento ben più grave del sisma del ’76. Questo anzitutto per la mortalità, poi per la sua diffusione, il dolore che crea, l’insicurezza che origina nei cittadini, le crisi nel tessuto economico che determina. Ergo richiede di essere affrontata con il massimo di coesione politica e sociale. E il Friuli può oggi offrire l’esempio di compattezza politica con la quale affrontò e vinse la più grande e impegnativa sfida della sua storia

D. Lei era un Assessore trentenne. Quali furono le tappe della ricostruzione

R. Alle ore 21.00 del 6 maggio 1976 una catastrofe si abbatté sulla regione. Una scossa di terremoto della durata di un minuto (un minuto eterno) del sesto grado e mezzo della scala Richter, colpì il Friuli, interessando un’area di 5.700 chilometri quadrati (pari al 72% dell’intera superficie regionale), e una popolazione di quasi 600 mila abitanti. Il Friuli uscì dal quel minuto sconvolto e irriconoscibile, tuttavia le istituzioni, il Governo, la Regione, si attivarono con immediatezza. Aldo Moro come presidente del consiglio nominò il Sottosegretario all’interno Zamberletti Commissario straordinario per l’emergenza – dotandolo di poteri eccezionali.

D. E Lei, giovane politico?

R. Io ero il Segretario regionale del Partito Repubblicano Italiano, partecipai, assieme ad altri, alla elaborazione delle linee guida alla ricostruzione occupandomi in prima persona del recupero del patrimonio artistico, sotto la guida di Antonio Comelli, statista di grande lungimiranza, collaborando con Salvatore Varisco e Roberto Dominici, nominati, in tempi diversi, Assessori alla ricostruzione.

D. Quarantamila sfollati passarono l’inverno sulla costa adriatica. Quanti alloggi costruiste?

R. L’inverno, stagione particolarmente rigida in Friuli, si avvicinava e si imponeva quindi una scelta ineluttabile e dura. bisognava predisporre l’esodo dei friulani senza tetto. Una complessa operazione, portò 40 mila persone a spostarsi nella zona rivierasca del Friuli Venezia Giulia (Grado e Lignano) e della regione Veneto (Bibione, Caorle e Jesolo). Entro maggio del 1977 furono realizzati 20 mila alloggi, per una superficie totale di 750 mila metri quadrati, insediati in 30 villaggi, la popolazione fu quindi in grado di rientrare nei comuni d’origine.

D. Come si articolò la ricostruzione?

R. Riassumendo un sistema complesso è possibile citare alcuni passaggi. «Fondo di solidarietà per il Friuli», dotato in più riprese, di cospicue dotazioni e delegando il suo utilizzo alla Regione; i governi, da Aldo Moro, a Giulio Andreotti, da Giovanni Spadolini a Bettino Craxi assegnarono la priorità al ripristino delle attività produttive; poi il ripristino degli edifici destinati a servizi pubblici, nonché delle strade, delle reti idriche, elettriche e telefoniche e la realizzazione di opere di sistemazione idrogeologica il recupero statico e funzionale e la ricostruzione delle case danneggiate o distrutte; infine il ripristino del patrimonio artistico e l’occupazione giovanile.

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