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Frequenze, l’Italia ricorre alla Ue

L’annullamento del Beauty contest, la gara per l’assegnazione delle frequenze televisive e lo stesso Piano delle frequenze saranno sottoposti al vaglio della Corte di Giustizia dell’Unione europea. Lo ha deciso il Consiglio di Stato nell’ordinanza depositata il 16 ottobre di quest’anno sul ricorso presentato da Europa Way, operatore di rete di Europa 7 e da quello analogo presentato da Persidera (società costituita da Telecom Italia Media e dal gruppo l’Espresso) contro il Tar Lazio.
Si torna davanti a quella Corte di giustizia che, nel gennaio 2008 si pronunciò, sempre su ricorso di Francesco Di Stefano, proprietario di Europa 7. Secondo la Corte le direttive comunitarie «ostano» al fatto che un operatore titolare di concessione non possa trasmettere, in mancanza di frequenze di trasmissione, assegnate con criteri obiettivi, trasparenti, non discriminatori e proporzionati. Nell’udienza preliminare a quella sentenza, che metteva in mora diverse parti sia della legge Maccanico del 97 sia della legge Gasparri del 2004, l’Avvocatura di Stato, che rappresentava il Governo Prodi, difese la legge Gasparri. Questo, nonostante che l’allora ministro delle Comunicazioni, Paolo Gentiloni, segnalò, con una lettera alla Presidenza del Consiglio, l’esigenza di avvertire l’Avvocatura circa la mutata posizione del Governo e della maggioranza sulla legge Gasparri. Una lettera di Antonio Di Pietro sollevò il problema delle “analogie” tra la memoria dell’Avvocatura dello Stato e quella presentata da Mediaset.
Sentenza che non venne ratificata e fatta propria dal governo Prodi, unica tra quelle della Corte di Giustizia, subito prima delle elezioni politiche, poi vinte dal centro-destra guidato da Silvio Berlusconi.
L’ordinanza attuale nasce quando la Commissione europea, nel 2006, avviò una procedura d’infrazione contro lo Stato italiano, a seguito di un esposto dell’associazione Altroconsumo. Nel luglio 2007 la Commissione fece una serie di rilievi circa l’incompatibilità comunitaria di alcune disposizioni delle leggi nazionali (la 66 del 2001, la Gasparri e il Testo unico). La normativa nazionale, in contrasto con il diritto comunitario, «garantiva agli operatori già attivi in tecnica analogica una chiara e sostanziale protezione dalla concorrenza nel mercato radiotelevisivo in digitale terrestre».
Il Governo varò allora la procedura di beauty contest, con accesso gratuito alle frequenze a chi aveva determinati requisiti, per far chiudere la procedura d’infrazione. Tre multiplex furono riservati ai nuovi entranti, due a qualsiasi offerente. Il bando venne pubblicato nel luglio 2011. Per un lotto, composto dai canale 6 e 7 VHF, presentò la domanda solo Europa 7. Il Governo Monti sospese e poi annullò il beauty contest e lo sostituì con una gara pubblica onerosa, dopo alcuni ordini del giorno approvati in Parlamento. Si utilizzò un decreto sulla semplificazione tributaria, convertito con la legge 44 del 2012. Alla gara partecipò solo il gruppo Cairo: si aggiudicò un lotto per 31,6 milioni di euro. Il Tar Lazio respinse i ricorsi di Europa 7 e Persidera contro l’annullamento dei relativi atti.
Il Consiglio di Stato da una parte ha respinto le questioni di legittimità costituzionale sollevate da Europa 7 e Persidera sulla legge 44 del 2012. Dall’altra ha deciso di sottoporre alla Corte di giustizia diverse questioni. Tra queste, se il diritto dell’Ue “osti” o meno all’annullamento del beauty contest – procedura «indetta per rimediare all’illegittima esclusione di operatori dal mercato» e alla sua sostituzione con una gara onerosa dove si prevede «l’imposizione di requisiti e obblighi non richiesti in precedenza agli incumbents». Un altra questione riguarda la revisione del Piano delle frequenze con riduzione delle reti nazionali da 25 a 22 e «la conservazione agli incumbents della stessa disponibilità di mux». La Corte di Giustizia dovrebbe pronunciarsi tra un anno e mezzo.

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