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Freno al transfer pricing. Anche se domestico

Il generale divieto di abuso del diritto in materia tributaria preclude al contribuente di spostare utili presso imprese associate che nel territorio dello stato sono assoggettate a minore tassazione, attraverso la pattuizione di prezzi di trasferimento che non sono in linea col valore normale di mercato. Pertanto, l’Agenzia delle entrate potrà sindacare i prezzi di trasferimento praticati tra imprese facenti parte di uno stesso gruppo anche quando le transazioni sono poste in essere tra soggetti aventi tutti sede in Italia, salvo che il contribuente ne dimostri la congruità adducendo valide ragioni economiche.

È questo il portato della sentenza 16 aprile 2014 n. 8849 con cui la Corte di cassazione (si veda ItaliaOggi del 18 aprile 2014), pur in assenza di un’esplicita regolamentazione normativa del fenomeno, ha ribadito la rilevanza del transfer pricing cosiddetto «domestico» o «interno». La fattispecie sottoposta all’esame della Cassazione aveva a oggetto un contratto con il quale le parti avevano concordato, per le vendite di carne effettuate da una società cooperativa a favore di una srl, controllata al 100% da detta cooperativa, l’applicazione di una maggiorazione dell’1,2% rispetto al prezzo di vendita praticato dalla medesima cooperativa ai propri soci. La Corte di legittimità, confermando l’accertamento in capo alla srl delle maggiori imposte dirette e indirette, ha sostenuto che tale manovra fosse elusiva in quanto finalizzata a realizzare una contrazione dell’utile per la srl controllata, assoggettata a imposizione con aliquota ordinaria, e a gonfiare l’utile della cooperativa che godeva di una legislazione fiscale più favorevole.

Nel merito, la tesi della Cassazione potrebbe anche essere condivisa. Difatti, nel caso in esame, un vantaggio fiscale esisteva e il prezzo di vendita pattuito dalle parti era stato molto probabilmente, stante la totale assenza di prove in senso contrario prodotte dalla contribuente, dettato dall’intenzione di concentrare il reddito sulla società fiscalmente agevolata (i.e. la cooperativa). Tutt’al più, sarebbe da approfondire se arbitraggi fiscali interni come quello esaminato nella sentenza in esame, essendo abbastanza contenuti, possano essere stati accettati dal legislatore come strutturali al sistema ovvero siano disapprovati. Tuttavia, la particolarità della sentenza in commento risiede nella motivazione elaborata dalla Cassazione per sostenere la propria tesi. Non potendo fare ricorso all’articolo 110, comma 7, del Tuir, applicabile esclusivamente alle transazioni intragruppo in cui una delle consociate sia residente al di fuori del territorio dello stato, la Suprema corte ha motivato l’accoglimento del ricorso proposto dall’Agenzia delle entrate rilevando come, in materia di imposte sui redditi, esista una clausola antielusiva, consacrata all’interno dell’articolo 9 del Tuir e avente valore generale, che «impone il riferimento al normale valore di mercato per corrispettivi ed altri proventi presi in considerazione dal contribuente».

Questa motivazione desta parecchie perplessità per svariate ragioni. Come sottolineato in più occasioni da autorevole dottrina, il ricorso al valore normale per le cessioni di beni tra soggetti residenti presuppone, di regola, l’assenza di corrispettivi, atteso che il presupposto al cui verificarsi si ricollega l’insorgenza dell’obbligazione tributaria, ai fini delle imposte sui redditi, è costituito dal prezzo effettivamente pattuito dalle parti e non dai valori mercato. Questa tesi è suffragata dal fatto che la bozza originaria del Tuir prevedeva espressamente la sostituzione del valore normale al corrispettivo pattuito tra le parti anche nei rapporti tra imprese italiane. Tuttavia, nel testo definitivo, tale estensione è stata eliminata al fine di evitare l’introduzione nell’ordinamento tributario di incontrollabili poteri discrezionali in capo all’Amministrazione finanziaria a discapito della certezza del diritto. Al contrario, la sentenza in oggetto non solo ha ritenuto applicabile il criterio del valore normale alle transazioni tra imprese consociate residenti, ma, per come enunciato, sembra far assurgere questo criterio al rango di principio generale nella determinazione del reddito d’impresa, applicabile a tutte le transazioni poste in essere nel territorio dello stato, ivi comprese quelle con soggetti terzi e indipendenti. Inoltre, il suddetto principio di diritto è in netto contrasto con diverse sentenze del passato, in cui è stata la stessa Cassazione a statuire che il valore normale non costituisce uno strumento generale di controllo dei corrispettivi, bensì un criterio da utilizzare esclusivamente in presenza di componenti reddituali in natura e nei rari casi di mancanza di un corrispettivo monetario (cfr. la sentenza n. 23635 del 15 settembre 2008).

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