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Freno ai concordati in bianco

La crisi incalza ed è sempre più problematico per le imprese trovare liquidità per fare fronte agli impegni finanziari pregressi. Così anche chi non è propriamente in situazioni di reale difficoltà fa ricorso al blocco delle azioni esecutive concesso dalla semplice presentazione della domanda di concordato in bianco ai sensi del novellato art. 161, comma 6, l.fall.

Dopo l’11 settembre scorso, le disposizioni della legge 134/2012 previste per la tutela della continuità aziendale sembrano avere aperto una corsa per ottenere il beneficio del c.d. automatic stay. Con una semplice domanda, infatti, presso il tribunale competente, il debitore può ottenere entro il giorno successivo, a cura della cancelleria, la iscrizione del ricorso al registro delle imprese e quindi fermare alla «sbarra» tutte le azioni dei creditori che reclamano il pagamento dei loro crediti, nonché può ottenere l’inefficacia di eventuali ipoteche giudiziali già iscritte nei 90 giorni precedenti a seguito di iniziative di recupero coattivo dei crediti più aggressivi. Non solo, se fosse pendente la richiesta di fallimento a carico del debitore, lo stesso può ottenere tempo per pagare: almeno 60 giorni. Con il ricorso il debitore ha l’obbligo di presentare la sola domanda e allegare gli ultimi tre bilanci, ma null’altro. È naturale, quindi, che i benefici rendano troppo «ghiotto» anche il soggetto che non si trovi ancora in uno stadio così avanzato di crisi, tale da giustificare l’utilizzo della procedura di concordato preventivo. Ma la domanda ex art. 161, comma 6, l.fall. viene anche detta, appunto, «con riserva», in quanto il ricorrente si riserva di presentare entro il termine assegnatogli dal tribunale una proposta di concordato preventivo in continuità aziendale (ex art. 186-bis l.fall.) o un concordato preventivo liquidatorio (ex art. 161 l.fall.) o un accordo di ristrutturazione dei debiti (ex art. 182-bis l.fall.) da omologare a cura del tribunale.

L’impennata di domande di concordato preventivo in bianco presentate in questi tre mesi ha dato evidenza di un utilizzo «sospetto» dello strumento, poiché rispetto al periodo immediatamente precedente le domanda sono mediamente triplicate o anche in alcuni casi quintuplicate.

I tribunali non sanno più come «arginare» questo fenomeno e guardano pertanto con grande prudenza l’utilizzo del nuovo «Chapter 11» italiano. Il «Plenum» della seconda sezione fallimentare del tribunale di Milano ha emanato in data 20 settembre e in data 18 ottobre delle linee guida per dare regole di comportamento ai magistrati e agli uffici giudiziari, nonché creare quei parametri di controllo necessari a imporre ai debitori di dimostrare che la loro difficoltà è concreta e che la corsa per ottenere i benefici del pre-concordato, anche se costellata di ostacoli, è necessaria per l’impresa al fine di tutelare la continuità aziendale o potere presentare un piano di composizione della crisi che dia effettivo vantaggio ai creditori e non sia, invece, meramente dilatorio o peggio utilizzato per costringere gli stessi ad abbassare la guardia. Il decalogo emanato dal tribunale di Milano diviene, pertanto, un importante vademecum più per i debitori che per i magistrati, in quanto rispettando le prescrizioni delle linee guida (si veda la tabella), le aziende che si trovano veramente in crisi, possono dimostrare di essere trasparenti e così, anziché ottenere il tempo minimo di 60 giorni, possono avere sino a 120 giorni, prorogabili di altri 60 giorni, per depositare il piano, la proposta e la documentazione prevista dall’art. 161 l.fall., lasciando anche al professionista che deve attestare il piano e la veridicità dei dati di lavorare con la dovuta tranquillità.

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