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Frenano i conti Fiat Chrysler, ma va il lusso

Macina sempre maggiori utili il lusso, continua ad aumentarli anche l’Asia, ritorna a un sostanziale pareggio la vecchia Europa. Ma crolla l’America Latina, tra crisi brasiliana e rischio default argentino, e pure gli Stati Uniti si rivelano via via più «faticosi»: vendite record un mese dietro l’altro, sì, però in un mercato iper-competitivo che le rende più costose e, alla fine ne lima i margini. Quel che i numeri crudi del secondo trimestre — ricavi su del 5% a 23,3 miliardi di euro, risultato operativo in calo da 1,073 miliardi a 961 milioni, utile netto più che dimezzato dai 435 milioni di un anno fa ai 197 attuali — raccontano della strategia di riposizionamento geografico, produttivo e commerciale di Fiat Chrysler in questa sorta di fase di mezzo sta in fondo tutto qui. Una fotografia a parti invertite: si indebolisce (relativamente) la redditività del «lato forte», la sponda atlantica; si rafforzano i contributi dei «lati deboli». Non a sufficienza, tuttavia, da compensare o almeno riportare in pareggio la bilancia. 
Lo stesso Sergio Marchionne, in conference call con gli analisti dopo il consiglio per la trimestrale e alla vigilia della storica assemblea per la fusione, non può dirsi del tutto soddisfatto. Certo, il board presieduto da John Elkann conferma comunque gli obiettivi già annunciati per il 2014: ricavi dai 93 miliardi in su (con ritocco al rialzo delle stime di consegna, da 4,5-4,6 a 4,7 milioni di auto), risultato operativo (o Ebit) tra 3,6 e 4 miliardi, utile netto tra 600 e 800 milioni, indebitamento netto industriale tra 9,8 e 10,3 miliardi (al 30 giugno era a quota 9,7, a fronte di una liquidità disponibile salita a 21,8 miliardi dai 20,8 di marzo). È la scomposizione dei dati trimestrali, però, che prende di sorpresa gli analisti e porta il titolo giù del 2,1%.
Si sapeva, che l’aggressiva competizione sul mercato nordamericano avrebbe avuto dei costi. Quel che gli operatori non si aspettavano era l’entità, con l’Ebit ridotto da 733 a 598 milioni nonostante ricavi in crescita del 7% (a 12,2 miliardi, più della metà dell’intero fatturato di gruppo). È poi vero che un risultato operativo di 600 milioni, che ha oltretutto pagato un conto di 30 milioni all’euro forte, supera in ogni caso la somma dei risultati di America Latina (62 milioni dai 220 di un anno fa, ma qui il calo era atteso), Asia-Pacifico (aumento da 88 a 106 milioni), e infine Europa (perdita ridotta da 69 a 6 milioni, pareggio sostanziale). È vero anche, però, che lo stesso Marchionne definisce«deludente» la performance dell’area Nafta: «Vogliamo rimediare», ovviamente, e se già «luglio è incoraggiante, dobbiamo essere più disciplinati a livello di prezzi».
Prezzi che non sono evidentemente un problema per le auto di lusso. Dato di fatto scontato per Ferrari, il cui risultato operativo sale da 96 a 105 milioni, ma in attesa di ulteriori conferme per Maserati. Sono arrivate, vanno oltre le aspettative e, con ricavi passati da 282 a 729 milioni e un Ebit esploso da 9 a 61, dimostrano che la «strada premium» su cui ora Marchionne deve portare l’Alfa è, davvero, l’unica che potrà fare la differenza promessa per l’intera Fiat Chrysler. Più delle ipotetiche alleanze con fusione. Psa? Volkswagen? «Abbiamo smentito. Siamo aperti a discussioni con tutti, ma specifiche e se questo può migliorare la struttura dei costi e il posizionamento dei nostri marchi».
Resta il debito, tra i nodi da sciogliere. Domani, all’ultima assemblea torinese prima del trasferimento ad Amsterdam e della quotazione a Wall Street («Entro ottobre»), l’amministratore delegato non potrà parlare del merger da cui nascerà Fca senza toccare questo tasto. Come ha anticipato, del resto, ieri. Sì, ha ammesso di nuovo, «il livello del debito non è normale», ed è chiaro che « stiamo lavorando per ridurlo». Ma «la questione della struttura del capitale sarà affrontata a fine anno». Dopo lo sbarco a New York.
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