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Fratta Pasini lascia BancoBpm: «Dopo 20 anni un ciclo nuovo»

Carlo Fratta Pasini non si ricandida alla presidenza di BancoBpm. L’annucio ufficiale lo ha dato ieri la banca, dopo che il presidente uscente aveva informato il consiglio di amministrazione cui statutariamente spetta il compito di presentare la lista dei nuovi amministratori all’assemblea dei soci di aprile. In questa intervista a Il Sole 24 Ore, Fratta Pasini spiega i motivi della sua decisione.

Dopo venti anni al vertice della ex Popolare Verona, poi Banco Popolare e poi BancoBpm ha deciso di non ricandidarsi in cda e alla presidenza. È il primo rinnovo dopo la trasformazione da Popolare in Spa. Perché questa sua decisione? Che bilancio si sente di fare dei suoi tanti anni al vertice?

Ho deciso in tal senso proprio perché si avvia un nuovo ciclo, il mio incarico dura già da più di un ventennio, ed è necessario evidenziare a stakeholders e mercati le nuove dimensioni raggiunte e le più ampie prospettive aperte alla nostra banca. Quanto al bilancio di questi lunghi anni, vi sono luci ed ombre; mi conforta, oltre al fatto non scontato di poter fare un bilancio, che in questo momento prevalgono di gran lunga le luci come si evince anche dagli ottimi risultati in termini di quantità e qualità del patrimonio, liquidità e redditività, comunicati al mercato a novembre.

Da molti osservatori lei è stato considerato negli anni come l’alternativa veneta del Nord-Est al potere bancario dei lombardi Bazoli e Guzzetti. Nel confronto a distanza di quella che un tempo si chiamava la finanza cattolica, si può dire che Verona ha perso e che hanno vinto i milanesi?

Non ho mai creduto, e nemmeno l’indimenticato mio predecessore professor Giorgio Zanotto ci credeva, all’esistenza di una «finanza cattolica»; un vero e proprio ossimoro, visto che la finanza è essenzialmente «laica». Quanto al confronto da lei proposto, se non ho retto quello con due giganti come Bazoli e Guzzetti, me ne faccio una ragione; in fondo il Verona Hellas ha vinto uno scudetto, ma Inter e Milan sono un’altra cosa.

La banca è stata artefice di varie fusioni realizzate, da Popolare Verona a Popolare Lodi fino a Bpm. Ma è stata anche protagonista di mancate fusioni tra la “sua” Verona e la Popolare Bergamo, poi Bpu, poi Ubi. I localismi hanno frenato la nascita della (ex) Superpopolare del Nord? Crede che il percorso di aggregazioni riprenderà nei prossimi anni e BancoBpm ne sarà protagonista?

È BancoBpm la (ex) superpopolare del Nord, e la sua nascita ha dovuto superare molti ostacoli ma non il localismo. Quanto al percorso aggregativo manca ancora al Paese una grande banca basata soprattutto, ma non esclusivamente, al Nord. BancoBpm ha uomini, in primis l’amministratore delegato Giuseppe Castagna, e mezzi per poterne essere, a tempo debito, protagonista.

A Verona, come ha ricordato, lei ha raccolto l’eredità storica di Giorgio Zanotto, che per la banca e la città è stato un personaggio fondamentale. Crede che Verona anche in futuro resterà il baricentro del nuovo BancoBpm o la banca è fatalmente destinata ad essere attratta dalla city di Milano?

La forza gravitazionale di Milano è aumentata notevolmente in questi ultimi anni, e non solo in campo finanziario. Mi auguro che BancoBpm, quale somma di tante banche locali, sappia mantenere il radicamento sui territori storici di riferimento e sfruttarlo come un vantaggio competitivo; in particolare continuando a riconoscere alla piazza di Verona il ruolo statutario di sede amministrativa dell’intero gruppo e di riferimento per tutta l’operatività nel triveneto.

Le banche popolari sono di nuovo nel mirino della critica dopo il caso della Popolare Bari. E molto si dibatte sulla riforma voluta dal Governo Renzi sull’obbligo di trasformare le maggiori popolari in Spa. BancoBpm ormai è una Spa, ma lei è stato anche presidente dell’Associazione nazionale banche popolari: i principi del credito cooperativo valgono ancora oggi?

Credo vi sia e vi sarà sempre uno spazio per le banche organizzate sulla base dei principi del credito popolare e di quello cooperativo. Nel caso della riforma Renzi, ho sempre affermato che fosse sbagliato sia costringere le banche popolari a trasformarsi in Spa, sia non costringere le maggiori banche popolari ancora non quotate a quotarsi. Il tempo è galantuomo.

I suoi venti anni da presidente non sono stati sempre facili. Si rimprovera qualche errore? E quale è stata invece la sua maggiore soddisfazione?

La favola dei banchieri infallibili è merce fuori corso; quindi le dirò che errori e/o omissioni ne ho commessi e che di essi continuo a rimproverarmi, anche se da essi ho molto imparato, e anche se quegli errori non hanno riguardato le decisioni che ho dovuto assumere nella nostra “ ora più buia” . Quanto ai momenti più belli penso alla prima operazione di fusione, con la Popolare di Novara e all’ultima, quella con la Popolare di Milano.

Lascia la guida della banca a 63 anni, un’età a cui spesso in Italia si diventa presidenti. Pensa di restare nel settore finanziario?

Penso di no. Ho sempre conservato il mio unico lavoro non precario, e cioè quello di avvocato in Verona. Mi ci dedicherò ora a tempo pieno con grande serenità e senza alcun desiderio di ritornare in campo. Però mai dire mai.

Zanotto oltre venti anni fa le diede le chiavi della banca. Lei che eredità pensa di lasciare? E che profilo le piacerebbe che avesse il suo successore?

Lascio al mio successore una banca che ha attraversato grandi cambiamenti normativi, economici e sociali, oltre a una crisi finanziaria epocale ancora, per certi versi, irrisolta; una banca più grande e più moderna non più una banca veronese, ma anche veronese, in grado di competere in un contesto ancora difficile e complesso. Quanto al mio successore, conto sia una personalità che possa favorire il riconoscimento dei risultati che BancoBpm ha saputo traguardare e di quelli che potrà conseguire nel prossimo futuro; è un processo che la nostra banca merita e che non può più essere dilazionato.

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