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«Francoforte da sola non può risolvere la crisi»

Il governatore della Banca di Francia François Villeroy de Galhau, strasburghese di 61 anni, parla il tedesco come molti alsaziani e lavora costantemente a migliorare il suo italiano come molti francesi colti. È l’incarnazione di una élite transalpina che con infinita tenacia cerca un punto di equilibrio fra Nord e Sud dell’Europa.

Signor governatore, in Italia c’è chi è deluso da come l’Unione europea si è mossa nella pandemia. Trova che la risposta sia stata all’altezza?

«Capisco con amicizia e solidarietà le aspettative dell’Italia, che è stato il primo Paese così colpito in Europa. Ma se è vero che la Ue avrebbe senz’altro potuto fare di più, ha fatto comunque già molto. Alla Banca centrale europea, abbiamo lanciato un’offerta di liquidità eccezionale fino a quattromila miliardi di euro in due riunioni, il 12 e il 18 marzo. La nostra reazione è stata molto più forte e più rapida che dopo la crisi del 2008. E beneficia molto l’Italia, giustamente. Se si guarda il totale delle operazioni di rifinanziamento, cioè la liquidità usata dalle banche per finanziare soprattutto le piccole e medie imprese, quasi il 30% oggi va alle banche italiane: è la prima destinazione. E dal 18 marzo quando abbiamo deciso il Pepp, il programma di emergenza di acquisti di bond da 750 miliardi, lo spread italiano sulla Germania in media è del 2,1%; nei vent’anni che hanno preceduto l’euro era in media al 5,6%. L’euro permette dunque all’Italia di finanziarsi pagando molto di meno. È un vantaggio che hanno anche la Francia, la Spagna e altri Paesi».

Un fondo europeo d’investimento nel capitale delle imprese, dentro il Recovery Fund, sarebbe una buona idea?

«La ripresa sarà graduale, per certe imprese i problemi iniziali di liquidità diventeranno difficoltà di solvibilità. Abbiamo tutti interesse a progredire su questo punto con soluzioni europee, altrimenti la concorrenza fra imprese di Paesi diversi potrebbe esserne alterata. C’è per esempio la proposta di un fondo azionario europeo, che magari potrebbe essere appoggiato alla Banca europea degli investimenti. Potrebbe far parte del piano di rilancio».

Liquidità

La Bce ha lanciato un’offerta di liquidità eccezionale di 4 mila miliardi di euro di cui il 30% è andato alle banche italiane

Cos’è in gioco con la sentenza della Corte costituzionale tedesca: la vostra indipendenza, l’ordinamento giuridico europeo, l’euro?

«L’indipendenza della Bce e l’esistenza dell’euro non sono in discussione. Nel Consiglio direttivo, siamo tutti decisi a perseguire il mandato che i trattati ci assegnano. Quanto all’ordinamento giuridico europeo, sì, probabilmente quella è la posta in gioco. Ma non è una nostra competenza. La Commissione ha dichiarato che avrebbe esaminato la questione. E, soprattutto, le reazioni di Angela Merkel e dei dirigenti tedeschi confermano il loro appoggio alla Bce e all’euro. Non ho dubbi sull’impegno della Germania verso l’Europa, aldilà di Kalsruhe».

Se lo staff della Bce rivede le stime al ribasso a giugno, sarà il momento di lanciare un nuovo programma di acquisti?

«Vorrei dire che il Pepp (il programma di emergenza da 750 miliardi, ndr) deciso il 18 marzo è uno strumento poderoso. Per il suo ammontare di 750 miliardi di euro e per la sua flessibilità. Che è tripla: fra titoli pubblici e privati, nella suddivisione degli acquisti nel tempo e tra Paesi. È una forza molto nuova che dobbiamo utilizzare a fondo, in particolare contro il rischio di frammentazione nell’area euro».

Fondo europeo

C’è la proposta di un fondo azionario europeo, che potrebbe essere appoggiato alla Bei e far parte del piano di rilancio

E se doveste fare di più?

«Abbiamo già detto nel Consiglio direttivo del 30 aprile che saremmo stati aperti se necessario, ma in nome del nostro mandato. Che da una parte è di stabilità dei prezzi: avete citato l’inflazione troppo debole, e probabilmente lo choc del coronavirus è disinflazionista. Nel nostro mandato c’è anche la buona trasmissione della politica monetaria all’insieme dell’area euro. Se dovremo fare di più, lo faremo. Sottolineo però che ci sono due leve nel programma attuale: non solo l’ammontare, anche le tre flessibilità e il loro utilizzo più efficace possibile. In altri termini, c’è una dimensione quantitativa nel Pepp, ma ce n’è anche una qualitativa che è importante tenere a mente per essere il più possibile efficaci con un ammontare dato».

In Italia c’è un timore diffuso che i nuovi strumenti del fondo Mes siano una minaccia per la sovranità. Che ne pensa?

«Non mi pronuncio sul dibattito politico italiano, che rispetto. Ma quel che fortunatamente è stato deciso venerdì scorso sul Mes è senza condizioni, come voleva l’Italia. Riguarda la spesa sanitaria diretta e indiretta entro il 2% del Pil di ogni Paese. Ora penso che dovremmo voltare pagina: dobbiamo pensare al piano di rilancio, abbiamo qualche settimana per costruirlo. È ancora più urgente ora che sappiamo che il rimbalzo non sarà a V. Sarà più lento. La prima reazione di emergenza è stata giusta, ma non basta: bisognerà accompagnare le economie e le imprese europee. E dovremo farlo insieme, perché una ripresa coordinata sarà più efficace».

Ripresa coordinata

Bisognerà accompagnare le economie e le imprese europee e dovremo farlo insieme, perché una ripresa coordinata sarà più efficace

La Bce soffre di solitudine? Sembra che vari governi europei, a Nord e a Sud, si affidino voi per non assumersi responsabilità…

«Torno al nostro mandato. La Bce è la guardiana dell’euro e della stabilità dei prezzi. Deve fare il suo lavoro e nient’altro che il suo lavoro. Se siamo in grado di agire con i nostri strumenti, dobbiamo farlo senza aspettare gli altri. Ma nient’altro che il nostro lavoro: come ha spesso detto Mario Draghi, e oggi Christine Lagarde, la politica monetaria non può essere ”the only game in town”. Ci dev’essere un’azione di bilancio e per fortuna c’è stata: i governi hanno reagito con forza per finanziare le spese sanitarie e lo scudo economico necessario nell’emergenza. Ci vogliono poi anche delle riforme strutturali: per esempio nei nostri due Paesi un miglioramento del sistema educativo. La Bce agisce e agirà con grande forza, ma non può fare tutto».

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