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Franco: altri 56 miliardi in investimenti da nuovo deficit

Lo scostamento-bis da oltre 70 miliardi fra 2022 e 2033 che sarà approvato domani dalle Camere insieme ai 40 miliardi sul 2021 dedicati al decreto «sostegni-bis» servirà a finanziare una sorta di Recovery domestico. Perché gli investimenti a cui sarà dedicato, in larga parte rappresentati da progetti che per varie ragioni non rientrano nel Pnrr vero e proprio, muoveranno 56 miliardi (gli altri 14 servono a pagare gli interessi sul debito extra) e seguiranno la stessa rigida griglia attuativa pensata dai meccanismi comunitari. Saranno cadenzati da cronoprogrammi puntuali, obiettivi centrati sull’utilizzo delle opere e verifiche intermedie (target e milestones, nel linguaggio Ue), con l’unica differenza che i controlli saranno a Roma e non a Bruxelles.

Anche da lì passa il «programma di spesa molto ambizioso per sostenere l’economia in questa fase emergenziale» e alimentare «una ripresa solida e duratura» descritto ieri sera dal ministro dell’Economia Franco nell’audizione parlamentare sul Def.

Il cugino domestico del Recovery punta insomma a essere il più somigliante possibile al suo modello comunitario, anche per sfruttare le semplificazioni procedurali in costruzione per gli interventi collegati al Next Generation Eu insieme alla cabina di regia centralizzata che sarà costruita con il decreto sulla Governance del Recovery atteso nei prossimi giorni in consiglio dei ministri. Una quota da 30,5 miliardi viaggerà pienamente in parallelo al Recovery, sviluppandosi fra 2022 e 2026, per le opere che hanno tentato senza successo l’ingresso sul treno comunitario. Altri 10 miliardi serviranno a finanziare parte della linea chiamata a portare l’Alta velocità ferroviaria da Salerno a Reggio Calabria, mentre 15,5 andranno a ricostruire il Fondo di sviluppo e coesione dopo il suo coinvolgimento nel pacchetto-Recovery.

Il colpo di reni evocato dal titolare dei conti è indispensabile a un Paese che ha chiuso il primo trimestre con una nuova contrazione del Pil dell’1,2% rimandando almeno al secondo trimestre il rimbalzo su cui la Nadef di ottobre puntava tutte le proprie carte. E il compito di accendere la ripresa tocca prima di tutto agli investimenti pubblici, che nei programmi dettagliati dal Def provano un balzo dal 2,6 al 3,2% del Pil. Nella stessa direzione dovrà spingere la riforma fiscale che, assicura il ministro dell’Economia, è una «priorità del governo» su cui l’esecutivo intende «utilizzare il lavoro molto importante effettuato dal Parlamento» nell’indagine conoscitiva in corso alle commissioni Finanze.

Anche in un contesto così complicato, assicura Franco, l’obiettivo di crescita del 4,5% (a fronte di un tendenziale del 4,1% che però incorpora già parte dell’effetto Recovery) può essere considerato «prudenziale». E trova una sponda in Bankitalia secondo cui lo scenario tendenziale delineato dal governo è «realistico» e dall’accoppiata di nuovi sostegni e Pnrr «potenziato» è attesa una spinta ulteriore.La lingua parlata a Via Nazionale e al Mef è identica anche sulla necessità di proseguire con gli aiuti, nella speranza che gli scostamenti in arrivo siano gli ultimi della serie unita però alla rassicurazione che il sostegno all’economia deve durare «per tutto il tempo necessario».

Fin qui i due decreti sostegni muovono 72 miliardi, più del 4% del Pil, ma il prossimo non sarà la fotocopia del predecessore perché accanto agli aiuti metterà in campo misure per evitare di disperdere capitale produttivo indispensabile alla ripresa. A questo scopo punteranno le misure di aiuto alla liquidità e alla capitalizzazione delle imprese che, avverte Bankitalia, hanno incontrato a inizio anno una stretta sui criteri di erogazione del credito per una maggiore percezione del rischio da parte delle banche.

Identica la visione anche sull’esigenza di costruire un «percorso credibile» di rientro del debito che rimarrà sopra il 150% del Pil per tutto il prossimo triennio. Oggi, sostiene Franco, i tassi sono appiattiti dalle prospettive di ripresa e soprattutto dall’azione della Bce, che insieme alla sospensione delle regole comunitarie costruisce uno scenario che però «verrà progressivamente meno».

I tassi, insomma, aiutano, ma a riportare il debito su un percorso in discesa dovrà essere prima di tutto la crescita. La conferma arriva anche dalla Corte dei conti, che parla di «cammino molto stretto» per la finanza pubblica e spiega che nel quadro costruito dal Def la crescita 2022-2024 ha il compito di ridurre di 14 punti il rapporto debito/Pil, una spinta in giù di altri 6 punti è attesa dall’inflazione mentre in senso contrario remano saldo primario (+5% di debito/Pil) e soprattutto il costo medio del debito (8 punti).

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