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Francia nella bufera sul piano per Dexia. Allarme Fitch sul rating

di Marco Moussanet

La Francia scivola ogni giorno di più verso la perdita della sua tripla A. Le agenzie di rating danno infatti l'impressione di preparare il terreno a una decisione apparentemente inevitabile, mentre i mercati sembrano aver di fatto già integrato questa eventualità.

Dopo Moody's – che il 17 ottobre ha annunciato di aver messo sotto osservazione l'outlook di Parigi per una possibile revisione da stabile a negativo, anteprima del declassamento – e Standard & Poor's – che a fine ottobre ha espresso dei timori sulla tenuta dei conti francesi, per non parlare del clamoroso «errore tecnico» sul downgrading – è stata ieri la volta di Fitch.

Pur dando conto a Parigi di aver varato importanti ed efficaci misure di risanamento, l'agenzia prevede per il triennio 2013-2015 un rapporto debito-Pil al di sopra della soglia del 90 per cento. E cioè all'interno della fascia 90-100 ritenuta a rischio per il mantenimento del massimo rating possibile, appunto la tripla A.

Se però la crisi, finanziaria ed economica, dell'eurozona dovesse aggravarsi – scenario tutt'altro che improbabile – la Francia si troverebbe in una situazione insostenibile. Fitch si sofferma in particolare su due punti: l'apporto all'Efsf e l'aggravamento delle esigenze di finanziamento delle banche. Nell'ipotesi in cui Parigi dovesse arrivare al massimo del contributo previsto al Fondo europeo di stabilità (158,5 miliardi, pari all'8% del Pil) e i suoi istituti di credito dovessero aver bisogno non dei 9 miliardi di ulteriore capitalizzazione previsti oggi ma di 40 miliardi, sollecitando quindi un sostegno pubblico, il debito francese supererebbe quota 100 per cento. E allora addio tripla A.

E comunque, sottolineando che la Francia potrebbe andare incontro a una recessione tecnica tra l'ultimo trimestre di quest'anno e il secondo dell'anno prossimo, Fitch ritiene che per centrare l'obiettivo di un deficit 2013 al 3% del Pil sono necessari ulteriori interventi. In caso contrario non riuscirebbe a scendere sotto il 4 per cento.

In linea peraltro con quanto dichiarato dal vicepresidente della Commissione europea Olli Rehn, secondo il quale nel corso del 2012 dovranno essere varate nuove misure di correzione dei conti pubblici.

Quanto alla tripla A è lo stesso direttore di France Trésor, l'agenzia che gestisce il debito, Philippe Mills ad ammettere che «dal punto di vista della finanza pubblica la Francia non è nella migliore delle posizioni rispetto agli altri Paesi a massimo rating».

In questo clima di altissima tensione si è inserito il caso Dexia, la banca franco-belga oggetto di un complesso, faticoso e costoso salvataggio-smantellamento da parte di Parigi e Bruxelles. Al di là dello smembramento del gruppo, l'accordo siglato lo scorso 11 ottobre prevede la creazione di una «bad bank» alla quale viene apportato l'intero portafoglio «legacy» con il compito di cedere via via l'enorme ammontare di titoli a rischio cercando di contenere il più possibile le perdite.

L'accesso al finanziamento della nuova entità viene assicurato dagli Stati (in posizione marginale c'è anche il Lussemburgo), con garanzie per un totale di 90 miliardi. Riproducendo il precedente salvataggio del 2008, il Belgio si accolla l'onere maggiore (60,5%) mentre la Francia si impegna per il 36,5% (32,8 miliardi). Secondo il giornale De Standaard, Bruxelles sarebbe intenzionata a chiedere una revisione dell'intesa, peraltro ancora all'esame della Commissione, sollecitando un maggior sforzo da parte di Parigi. Comprensibile, visto che il Belgio ha problemi di finanziamento del proprio debito, con lo spread sui Bund arrivato a quota 330 punti. Ma una prospettiva che renderebbe ancora più fragile la situazione dei conti francesi.

Ieri tutti, francesi in testa, si sono precipitati a smentire. Ma resta il fatto che Dexia ha bisogno urgente di liquidità e potrebbe trovarsi con esigenze di finanziamento «scoperte» per circa 30-40 miliardi. Fonti del ministero francese dell'Economia hanno cercato ieri di rassicurare i mercati sostenendo che – in attesa del via libera all'accordo, che non verrà modificato – si sta lavorando a un meccanismo temporaneo di garanzia.

L'annuncio sembra aver funzionato, visto che ieri il titolo Dexia è salito del 13% (a 0,26 euro, per una capitalizzazione di poco superiore ai 500 milioni), dopo aver perso l'8% il giorno precedente. Magra consolazione, essendo crollato del 90% dall'inizio dell'anno.
 

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