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Francia e incertezza politica spingono lo spread oltre 200

Vendite su BTp e sui titoli di Stato europei con l’eccezione del Bund – I nodi tapering e inflazione
«Sono i crescenti timori politici, soprattutto in Francia» sottolinea IG. «Gli ultimi exit poll- fa da eco Banca Imi – indicano che il partito del Front national» ha preso forza nella corsa alle Presidenziali. La minaccia di eventuali ulteriori uscite da Eurolandia «può spingere all’insù i rendimenti» aggiunge Capital Economics.
Insomma: la variabile politica, come già accaduto nel 2016, fa sentire il suo peso sui mercati. Anzi lo rafforza ancora di più. Un contesto in cui gli operatori, schiacciando il pulsante del «risk off» (fuori dal rischio), ieri hanno sospinto lo spread BTp-Bund su livelli che non si vedevano dall’ottobre del 2014. La differenza di rendimento tra il titolo decennale italiano e quello tedesco, durante le contrattazioni, è salita fino a 202,5 punti base. Certo: in serata l’indicatore è «finito» poco sopra la soglia dei 200 basis point. E, però, la dinamica è rilevante. Non tanto, o non solo, perchè è stato superato un livello «psicologico». Quanto, piuttosto, perchè i timori sulla tenuta dell’Unione Monetaria tornano prepotentemente alla ribalta. Come un fiume carsico, le preoccupazioni per l’avanzata degli euroscettici vanno contagiando lo stesso mercato del debito pubblico.
Acquisti Bce e inflazione
Potrebbe osservarsi: in realtà il balzo dello spread è l’effetto di un cocktail di cause. In primis c’è l’arrivo del taglio sullo shopping di asset da parte della Bce. La riduzione, a partire da aprile, degli acquisti mensili (da 80 a 60 miliardi) giocoforza schiaccia i prezzi dei bond governativi. E non solo. L’inflazione, seppure a macchia di leopardo, è riapparsa in Europa. Il che ha indotto gli operatori a chiedere più rendimento.
Le considerazioni paiono sensate. Tuttavia non sono esaustive. Dapprima perchè il mercato ha già prezzato le dinamiche in oggetto. E poi perché «il rendimento del Bund – spiega Luca Cazzulani, Deputy Head of FI Strategy di UniCredit Research – nella parte finale di gennaio», al di là delle ultimissime sedute in cui è addirittura calato, «è rimasto più o meno invariato. Quelli del decennale italiano o francese, invece, sono saliti». Il segno evidente «di un premio all’incertezza politica che contraddistingue sempre di più l’Europa in generale».
Ma non è solo questione delle «potenziali» armi a disposizione degli euroscettici. Ha rilevanza anche la reale efficacia della contraerea di chi vuole difendere la moneta unica. In tal senso la mente corre immediatamente all’ormai famoso «Whatever it takes». Nel luglio del 2012 Mario Draghi fece capire che l’euro sarebbe stato difeso ad ogni costo. Una presa di posizione, ben oltre la «verbal suasion», che fece sparire i venti della speculazione.
Ebbene: anche ieri il Presidente della Bce è intervenuto in difesa della divisa unica (definita «irrevocabile») e dell’Eurozona. Ciononostante lo spread è balzato verso l’alto. C’è da stupirsi? Evidentemente no. Da una parte, ovviamente, non bisogna lasciarsi prendere dal panico di fronte ad un unico movimento di mercato.
E, dall’altro, però deve ricordarsi che tanti anni di politiche ultra-espansive riducono l’ efficacia delle stesse. Un po’ come un antibiotico usato troppo a lungo. Alla fine la sua capacità di fare scendere la febbre diminuisce e anche i titoli di Stato, fin qui protetti dall’ombrello Bce, rischiano di prendersi il raffreddore.
Così non sorprende che, seppure su differenti livelli, gli spread di Madrid e Roma nei confronti di Berlino abbiano iniziato la loro salita ben prima di ieri. Il dividendo dell’incertezza politica, soprattutto «made in Italy» dopo la sconfitta dell’ex premier Renzi al referendum, ha spinto i differenziali. Quello spagnolo si trovava a quota 115 a fine 2015. Ieri ha chiuso a 140 punti base, facendo segnare un rialzo dello 0,25%. La crescita, a ben vedere è inferiore a quella dello spread italiano (+0,44%). E, tuttavia, rimane significativo che i due Paesi del mediterraneo considerati maggiormente vulnerabili vantino la stessa dinamica. Un trend che, per l’appunto, ha iniziato a coinvolgere Parigi. Soprattutto nell’ultimo periodo. Il rendimento del governativo decennale francese, analogamente a quello tedesco, è salito da inizio anno ad oggi. Con una differenza, però. Il tasso di Parigi ha proseguito il suo rally, arrivando ieri oltre l’1,18%. Quello di Berlino, invece, ha virato all’ingiù (0,41% nell’ultima seduta). È la politica (quella con la p minuscola) che fa sempre più timore.

Vittorio Carlini

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