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Francia e Spagna fanno muro “Subito lo scudo anti-spread”

MADRID — Le Borse respirano, lo spread scende. E nella prima giornata di bonaccia dopo giorni di tempesta anche la Spagna ottiene alcune piccole vittorie. La prima è Hollande che ha chiesto «una rapida e ferma attuazione» delle riforme decise nel Consiglio europeo di fine giugno. Quindi subito lo scudo anti- spread. Poi nell’incontro con il ministro delle Finanze francese, Pierre Moscovici, quello spagnolo, Luis de Guindos, ha trovato una sponda sul fatto che «gli elevati rendimenti dei titoli di Stato spagnoli non riflettono i fondamentali dell’economia spagnola, il suo potenziale di crescita e la sostenibilità del debito pubblico». Nella nota comune si sottolinea che la Spagna «ha avviato profonde riforme, in linea con le raccomandazioni del Consiglio europeo» e che «il sostegno finanziario per la ricapitalizzazione delle banche spagnole è un passo chiave per ripristinare fiducia nel sistema bancario». Ma il passaggio più importante riguarda il compromesso franco-spagnolo per avviare al più presto entro la fine dell’anno i meccanismi per l’unione bancaria nella zona euro. E nelle stesse ore la Commissione europea dava il via libero definitivo al piano di aiuti da cento miliardi di euro già sottoscritto per le banche spagnole. In serata la Sueddeutsche Zeitung, autorevole testata tedesca, raccontava che il fondo salva-Stati provvisorio Efsf sarebbe pronto ad acquistare i Bonos, i titoli di stato spagnoli.
Però nelle stanze della Moncloa, la sede del governo a Madrid, la situazione rimane angosciosa. La discesa delle spread, da 658 a 611 punti, viene attribuita all’intervento del governatore della Banca centrale austriaca, e membro del Consiglio della Bce, Evald Nowtny, che ha lanciato l’ipotesi di un super Fondo salva- stati con licenza bancaria e quindi abilitato per chiedere prestiti alla Bce e poi comprare titoli del debito. Ma per Madrid c’è un problema di tempi. Nei prossimi tre mesi scadono circa 45 miliardi di euro di titoli del debito e se i rendimenti rimangono alti come sono oggi il loro rifinanziamento è impossibile e costringerebbe Rajoy a chiedere un salvataggio alla greca. E’ quello che il governo spagnolo vuole evitare a tutti i costi, soprattutto per non dover consegnare alla Troika le chiavi della sua politica economica, il controllo sui conti e affrontare nuove richieste di sacrifici. Mariano Rajoy ne fa anche un punto d’onore e sa che il salvataggio e l’intervento diretto di Bruxelles manderebbe anche in crisi il suo governo uscito dalle urne appena nove mesi fa.
Così sul tavolo ci sono tutte le opzioni disponibili, perfino l’uscita dall’euro e il default sul debito che De Guindos avrebbe minacciato come possibilità nei suoi incontri con Schaeuble e Miscovici. Nel suo viaggio in Germania il ministro delle Finanze spagnolo avrebbe cercato di convincere Berlino che il salvataggio totale della Spagna, costo minimo 300 miliardi di euro, non conviene a nessuno perché i soldi non ci sono. E che sarebbe meglio per tutti un intervento della Bce per un massiccio acquisto di titoli che abbassi spread e rendimenti sul mercato e una linea di credito alla Spagna senza scomodare la Troika. La Merkel è assolutamente contraria e lo stallo porterà presto nuove tempeste. Un altro fronte s’è aperto con la Catalogna. Dopo la richiesta di aiuto con l’adesione al Fondo nazionale salva-regioni per coprire i 5,7 miliardi di debiti in scadenza, il Parlamento catalano ha votato a maggioranza ieri una legge nella quale chiede un nuovo patto fiscale con Madrid e la creazione di un proprio ministero delle Finanze. E’ nella pratica una fuga in avanti verso l’indipendenza formale dal resto della Spagna perché così Barcellona pretende di incassare direttamente le tasse dei propri residenti. Al resto del paese verserebbe solo «un contributo di solidarietà».

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