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Foto d’impresa Il bicchiere mezzo pieno della risposta al Covid

È passato sotto silenzio ma l’Istat ha pubblicato un documento “ambizioso”: ha suddiviso la reazione delle imprese italiane davanti alla crisi Covid in 5 categorie e fornito la consistenza numerica di ciascuna di esse. Ne è venuta fuori una fotografia del sistema produttivo italiano che non avevamo.

Se analizzando la Grande Crisi 2008-15 si finì per adottare lo schema avanzato dall’allora presidente di Confindustria Vincenzo Boccia (un terzo di imprese avevano superato la prova, un terzo in bilico anche dopo l’uscita dal tunnel e un terzo azzoppate mortalmente), oggi l’Istat ci ha dato in corsa uno strumento in più che fa dire a Roberto Monducci, direttore del dipartimento per la produzione statistica, come «la capacità di resistenza del sistema produttivo sia elevata» al punto che dopo quasi un anno di lockdown/restrizioni si possa usare la metafora del “bicchiere mezzo pieno”». L’indagine è stata effettuata tra il 23 ottobre e il 16 novembre e ha avuto come oggetto un milione di imprese con almeno 3 addetti e per un totale di oltre 12 milioni di dipendenti. In soldoni il 90% del valore aggiunto e i tre quarti dell’occupazione di manifatturiero e servizi.

Al lavoro dell’Istat abbiamo solo applicato la classificazione cromatica usata di questi mesi (rosso, arancione, giallo e bianco) e aggiunto il verde per le imprese più avanzate.

Zona rossa Statiche in crisi

Nel campione Istat valgono per il 28,6% e sono imprese che erano nei guai già prima del Covid. Sono basse propensione all’export, produttività del lavoro e valore aggiunto. In media hanno 6,5 addetti. L’istituto le definisce statiche perché non hanno sviluppato nuovi prodotti o processi, sono rimaste spiazzate dagli eventi e si sono limitate a usufruire dei sussidi. Appartengono a settori come l’alloggio, la ristorazione, l’assistenza sanitaria non residenziale, i giochi e i servizi alla persona (palestre e circoli sportivi). È probabile che siano caratterizzate anche da un’età media elevata dei titolari. «Sono fragili e insieme incapaci di elaborare una risposta — spiega Monducci —. Ad accomunarle sono i comportamenti più che il settore, non innovano, non si indebitano a rischio ma non per questo sono le prime candidate alla chiusura. E il motivo è semplice: sono abituate a soffrire e non è affatto detto che soccombano».

Zona gialla Statiche resilienti

Rappresentano la maggioranza relativa (35,5%), hanno in pancia 3 milioni di dipendenti e un’occupazione media di 8,3 addetti. La scolarizzazione della forza lavoro non è molto migliore delle imprese rosse ma costo del lavoro, produttività e valore aggiunto sono nettamente superiori. L’export è migliore anche se non di molto. Appaiono aziende ben piantate, il nocciolo duro della resistenza imprenditoriale che non ha registrato una condizione di emergenza né sul versante della liquidità né della solidità finanziaria. I loro business sono nell’alimentare e nel commercio alimentare al dettaglio, nell’immobiliare, nei servizi all’edilizia, nel commercio all’ingrosso, nella distribuzione farmaceutica, nelle filiere delle ferramenta e nei servizi informatici. Tutti segmenti non intaccati dalla crisi. «Hanno continuato ad avere mercato e sono state in grado di servirlo — commenta Monducci —. Le abbiamo definite statiche perché non hanno avuto bisogno di innovare né di modificare l’organizzazione, i prodotti e le tecnologie. Per questo motivo non hanno operato investimenti e hanno vissuto di una rendita di posizione». Che fine faranno? Non chiuderanno ma non avranno, almeno sul breve, lo stimolo a cambiare.

Zona arancione Proattive in sofferenza

Nel campione Istat valgono il 10,7%, danno lavoro a 1,2 milioni di persone per una media-azienda di 11,2 addetti. Per costo del lavoro, produttività e valore aggiunto sono nettamente più in basso delle imprese gialle, hanno invece stessa scolarità della forza lavoro e maggiore propensione ad esportare. Sono state duramente colpiti da lockdown e restrizioni ma hanno espresso su diversi piani azioni di contrasto. Nuovi prodotti, canali di vendita, riorganizzazione dei processi, intensificazione delle partnership. Si tratta di agenzie di viaggio e di una fascia più alta di aziende di alloggio e ristorazione (ad esempio quelle che si sono strutturate per il take away). «Sono combattive — chiosa Monducci — ma il loro outlook resta negativo. E per questo motivo rischiano di chiudere più delle gialle. Il tipo di business richiede infatti una movimentazione di liquidità maggiore. È in questo segmento che ci potrà essere il picco delle chiusure».

Zona bianca Proattive in espansione

Sono il 19,4% del campione Istat e occupano 3,8 milioni di persone. In media hanno circa 20 dipendenti, con un costo del lavoro medio di 42.388 euro, una produttività elevata e ottimo valore aggiunto. I settori sono farmaceutico, elettronica, servizi postali e di corriere, chimica, macchinari, metalli, servizi finanziari, lavoro interinale, assicurazioni, bevande e Ict. La scolarizzazione non è così elevata, rimangono aziende di blue collar. Per far fronte al Covid hanno investito soprattutto nella trasformazione digitale. Possiamo pensare che rientrino in questa categoria le filiere di fornitura più efficienti e buona parte delle aziende dei distretti.

Zona verde Proattive avanzate

Rappresentano il 5,8% del campione, hanno una fortissima propensione all’export (circa il 20%) e un’occupazione media di 42,7 addetti. Il loro sentiero di crescita è rimasto invariato nonostante il virus, staccano tutte le altre categorie quanto a investimenti nel digitale e hanno fatto ampio ricorso allo smartworking. Sono concentrate in alcuni settori come bevande (soprattutto vino), editoria, farmaceutico, assicurazioni e sono anche imprese verdi le nostre multinazionali tascabili e una gran parte delle imprese a controllo estero.

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