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Fossati: Tim Brasil vale 30 miliardi

Findim alza ancora l’asticella su Tim Brasil. Tutto considerato, secondo uno studio commissionato dalla holding di Marco Fossati, il 100% della società carioca potrebbe valere fino a 30 miliardi e la quota di Telecom Italia (il 67%), dunque, fino a 20 miliardi. Se queste sono le cifre in gioco, «ben difficilmente potranno ravvisarsi le condizioni perchè sia adottata una deliberazione di dismissione della partecipazione brasiliana», scrive Fossati in una lettera che è stata inviata ieri al consiglio di Telecom in accompagnamento alle valutazioni su Tim Brasil. «Deve ritenersi che soltanto un prezzo di molto superiore al corrente valore di mercato possa effettivamente compensare in maniera adeguata la perdita di chance insita in una partecipazione strategica, non solo in grado di contribuire in misura rilevante ai risultati economici della nostra società con sostanziose prospettive di crescita per il futuro, ma che assicura al gruppo Telecom un ruolo di primo piano nel mercato internazionale delle tlc», sottolinea infatti la missiva. Di conseguenza il cda, nel considerare un’eventuale ipotesi di dismissione, dovrebbe tener conto anche delle «implicazioni che la perdita del mercato brasiliano comporterebbe per il futuro di Telecom nel panorama degli operatori internazionali di tlc».
Ma come si arriva alla stratosferica valutazione indicata da Fossati, superiore all’intera capitalizzazione di Borsa della stessa Telecom (14,7 miliardi ieri, risparmio comprese, quando le azioni ordinarie hanno chiuso in calo dello 0,86% a 0,8065 euro)? Lo studio costruisce la valutazione di Tim Brasil su cinque componenti: il valore stand-alone, le efficienze da consolidamento, l’attenuazione della pressione competitiva, l’evoluzione del mercato verso servizi a valore aggiunto, la crescita economica attesa in Brasile che ospiterà i mondiali di calcio quest’anno e le Olimpiadi nel 2016.
Dunque, il valore stand-alone del 100% della controllata brasiliana è stimato in 17 miliardi di euro: ci si arriva applicando un multiplo Ev (enterprise value)/Ebitda 2013 di 10 volte, lo stesso riconosciuto nel luglio 2010 da Telefonica a Portugal Telecom per il 50% di Vivo (il primo operatore mobile del Paese) che ancora non possedeva. Va detto che in questo caso, anche volendo, Telefonica, per questioni antitrust, non potrebbe tenere per sè tutta Tim Brasil che è il numero due della telefonia mobile brasiliana e giocoforza Tim Brasil dovrebbe essere “fatta a pezzi”.
Lo studio Findim aggiunge al valore di base le efficienze da consolidamento per 3 miliardi complessivi, ipotizzando che i costi fissi di Tim Brasil (circa 1 miliardo nel 2013) vengano riassorbiti dalle strutture di costo degli altri operatori che parteciperebbero alla spartizione. Si stimano inoltre in ulteriori 2 miliardi i “benefici” per i concorrenti derivanti dallo spezzatino in termini di attenuazione della competizione sui prezzi nell’arco dei prossimi cinque anni. Quindi, si aggiungono ancora 3 miliardi per la spartizione dei clienti Tim nello scenario di evoluzione verso i servizi a maggior valore aggiunto, con un beneficio per ciascun operatore in termini di Ebitda incrementale fino a 100 milioni all’anno. Già sommando questi fattori si arriva a 25 miliardi di valutazione: con la crescita economica attesa nei prossimi anni la stima finale è di 28-30 miliardi.
Pretese legittime da parte di chi dovrebbe rinunciare a crescere, ma irrealizzabili. Nella formula “consortile”, dove a farsi avanti sarebbe un “veicolo” creato ad hoc da una banca d’affari per preparare lo spezzatino, il problema è che il “campione nazionale” Oi è impegnata nella complessa fusione con Portugal Telecom che sta incontrando ostacoli nelle minoranze e Carlos Slim, proprietario di Claro, non è per tradizione un buon pagatore. D’altra parte in Brasile c’è chi sostiene che il Governo, a differenza dell’Anatel, non veda di buon occhio il break-up di Tim e preferirebbe piuttosto l’ingresso sul mercato di un nuovo operatore dalle spalle robuste. Ma, ammesso che il nuovo entrante fosse disposto a strapagare, questo per Telefonica sarebbe il peggior esito possibile dell’avventura Telecom che per ora ha provocato agli spagnoli certamente più grattacapi che soddisfazioni.

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