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Fossa: «Formazione da tutelare Il piano giovani parte da lì»

A un certo punto arriva la parola forte. «Rapina». Rapina per una buona causa, per carità: Giorgio Fossa non metterà mai in discussione la necessità di rifinanziare la cassa integrazione in deroga e garantire, per questa via, almeno un reddito minimo ai tanti dipendenti delle tante aziende atterrate dalla Grande Crisi. Però se le relative risorse — com’è già successo nel 2013 — vengono recuperate tagliando dalle buste paga lo 0,30% destinato alla formazione, beh: «Si tappa una falla. Ma lo si fa in modo ragionieristico, andando a toccare uno dei pochi strumenti che abbiano dimostrato, tra le altre cose, di funzionare da volano per concrete politiche attive del lavoro. E allora: di quale “piano giovani” ci vengono a parlare, poi?». 
Direbbe le stesse cose, se non fosse parte in causa? Lei è presidente di Fondimpresa, il maggior fondo interprofessionale italiano: copre circa la metà dei contributi per la formazione trasferiti dall’Inps al sistema, ha oltre 173 mila imprese aderenti per un totale di 4,5 milioni di occupati, dal 2007 a oggi ha finanziato con 1,84 miliardi più o meno 67 mila piani per 3,7 milioni di partecipanti. Ma è il fondo alimentato e gestito da Confindustria con Cgil, Cisl, Uil. Il top di quelle rappresentanze cui Matteo Renzi guarda con noto intento rottamatore.
«Primo: non è un fondo chiuso ai soci di Confindustria. Più del 40% dei nostri aderenti è iscritto ad altre associazioni. Secondo: sì, direi esattamente le stesse cose, visto che leggo sui giornali ricette, per la verità un po’ vaghe, di alleggerimento delle “voci improprie” in busta paga».
Allude alle proposte di Matteo Richetti, uomo molto vicino al premier?
«Anche. E faccio notare che quel capitolo è da sempre cavallo di battaglia delle imprese. Ma proprio per questo: non si può fare di ogni erba un fascio, pun tare indiscriminatamente il dito su tutto ciò che è frutto della bilateralità. È grazie alla sinergia delle parti sociali sul territorio che Fondimpresa, a chi chiede conto dei risultati, può presentarsi con questo dato tra i tanti: quando ci è stato chiesto di intervenire in via straordinaria per i lavoratori in Cig e in mobilità, ha poi trovato un lavoro il 55% di chi ha concluso un percorso formativo finanziato da noi — non organizzato, lo sottolineo: funzioniamo semplicemente da banca, vagliamo i piani presentati dalle aziende e se i requisiti ci sono giriamo i fondi alle aziende stesse. Di quel 55%, almeno la metà ha avuto un contratto a tempo indeterminato».
Però non ha torto, Renzi, quando sul suo sito scrive: «Esiste un’offerta molto ampia di corsi che vivono solo per mantenere in vita chi li organizza». E dal vivo va giù ancora più pesante.
«È innegabile: non tutto il mondo della formazione ha mostrato efficienza, trasparenza, efficacia. Renzi ha perfettamente ragione quando punta il dito contro “la formazione professionale degli amichetti”, quella che non serve ai lavoratori ma solo ai formatori. Però non può generalizzare. Deve permettere anche a noi di dimostrare e rivendicare le diversità. Un riordino è indispensabile. Ma esistono modelli virtuosi che nulla hanno a che fare con quelle zone grigie e che, anzi, possono costituire un esemplare benchmark di riferimento».
Replica chiara: non è vero che «la formazione in Italia fa schifo» e che dovremmo «copiare dai tedeschi». Chiaro anche il benchmark: candida Fondimpresa.
«Le cifre, le principali, le abbiamo viste. Aggiungo che il 70% delle aziende che si rivolgono a noi sono la spina dorsale del sistema produttivo italiano, ma anche la parte più esposta alla recessione e alle sue conseguenze: le piccole e medie imprese. Sappiamo di cosa ha bisogno il Paese per vincere la sfida dei mercati e della competitività: prodotti sempre più innovativi da macchinari sempre più aggiornati. Come lo si fa, se non con la formazione continua? Finisce che a 35 anni, in questo mondo, sei già vecchio».
E spesso senza aver avuto un lavoro stabile neppure da giovane.
«Appunto. E la differenza la fa la formazione. Invece siamo un Paese che ci investe molto meno rispetto ai nostri principali competitor, e parliamo di tagliare ancora. Se per finanziare la Cig in deroga dirotti 250 milioni dallo 0,30% che dalle buste paga va ai fondi interprofessionali, com’è successo nel 2013, va benissimo ai ragionieri di Stato. Ma poi non possono lamentare che si faccia poco per i giovani. Ci consentano piuttosto di investire quelle stesse risorse per loro e i risultati li vedranno».

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