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Fornero: meno vincoli sui contratti a termine, con un decreto la modifica della riforma

«Sull’impatto della riforma del mercato del lavoro stiamo raccogliendo le prime evidenze empiriche di impatto sui contratti e, in particolare, sui contratti a termine che si avviano alla scadenza». Il ministro del Lavoro, Elsa Fornero, ospite ieri di un forum alla redazione del «Sole 24Ore» annuncia in primo intervento di «correzione in corsa» della riforma in vigore da meno di tre mesi, un ridisegno complessivo delle regole sulla flessibilità in entrata e in uscita, l’avvio dei nuovi ammortizzatori sociali e l’apprendistato che, dice il ministro «deve essere difeso nel suo insieme perché rappresenta la strada giusta per ridurre il più possibile il disallineamento del nostro mercato rispetto a quelli europei, anche in termini di produttività».
Ministro, lei parla di una raccolta di evidenze empiriche. Ma queste evidenze sono già abbastanza chiare. Sulla riforma del lavoro sono stati commessi degli errori nella parte che regola la flessibilità in entrata e sarebbe bene che questi venissero corretti. Abbiamo 400mila contratti a termine in scadenza, di cui il 40% nella Pa: la riforma del lavoro prevede che per il rinnovo serva un’interruzione di 60-90 giorni, ma così tanti lavoratori rischiano di essere espulsi dal mercato del lavoro. Le imprese e i lavoratori sono preoccupate. Non pensa che si debba intervenire subito?
Sui contratti a termine posso annunciare che stiamo pensando a una misura di adattamento sugli intervalli di attesa imposti tra un rinnovo e l’altro con l’obiettivo di ridurli il più possibile. Stiamo già lavorando a un decreto interministeriale da scrivere sulla base delle proposte finali che stiamo aspettando dalle parti sociali. L’ipotesi è di ridurre a un mese al massimo il termine di sospensione tra un rinnovo e l’altro. Gli uffici legislativi sono al lavoro per mettere a punto un allentamento responsabile della norma attuale.
Non pensate alla possibilità di estendere a tutte le imprese le deroghe adottate per le assunzioni a termine nelle start up?
No, quello non è possibile. Si produrrebbe una lacerazione del mercato del lavoro insopportabile. Abbiamo deciso per quelle aziende, che sono poche e davvero con un progetto innovativo, la possibilità di contratti a tempo determinato senza causale fino al limite massimo di 36 mesi, con la possibilità di una proroga di altri 12 per arrivare a coprire i 4 anni della start up. Oltre non si può andare.
E sulle partite Iva? Anche per questa parte di lavoro autonomo c’è una forte preoccupazione sull’impatto della riforma.
Se non ci fosse stata una diffusa presenza di false partite Iva non avremmo introdotto le norme che fanno scattare la presunzione di subordinazione. Per il Governo il lavoro autonomo è, se possibile, anche più importante in prospettiva rispetto al lavoro dipendente tradizionale. Proprio per questo occorre agire con grande attenzione e determinazione, sulla base del monitoraggio che stiamo avviando con criteri del tutto nuovi e basati su una valutazione scientifica dell’impatto delle singole misure adottate.
Oggi il Governo invia alle Camere il disegno di legge di stabilità. Molti contenuti stanno facendo discutere, soprattutto quelli che riguardano le fasce sociali più deboli.
Posso annunciare qui che nel testo non ci saranno più due misure, una scelta che ho concordato personalmente con il ministro Vittorio Grilli e il presidente Mario Monti. Non ci sarà più la tassazione dell’indennità di accompagnamento e il taglio del 50% sui permessi previsti dalla legge 104 per i disabili o la cura dei parenti affetti da handicap. Sappiamo bene che ci sono tanti abusi nel pubblico impiego e bisogna fare pulizia. Ma non si poteva tagliare così, sarebbe venuto meno l’intero valore sociale della legge di stabilità che, pure, con l’intervento sulle due prime aliquote Irpef lancia un segnale importante. Ci sarà anche un miglioramento sui meccanismi di detrazione e deduzione per le fasce sociali più deboli e verrà resa molto più graduale la tassazione Irpef sulle invalidità. Le politiche sociali hanno poche risorse e si deve lavorare con interventi di aggiustamento e di equità, che stiamo facendo con il ridisegno degli Isee, gli indicatori della situazione economica equivalente richiesto alle famiglie in condizioni di maggiore bisogno per regolarne l’accesso a prestazioni socio-assistenziali di carattere universale.
Sulla produttività è in corso un confronto tra sindacati e Confindustria. Il Governo ha esaurito il suo compito con il miliardo e seicento milioni che ha stanziato, per il 2013 e per il 2014, per la detassazione dei salari di produttività, nella legge di stabilità, o si può fare di più? E poi, avendo a disposizione 4-5 miliardi non era forse meglio spenderli per incentivare la produttività e agire sul cuneo fiscale, piuttosto che spenderli a pioggia sull’Irpef?
«Sono convinta che, negli anni passati, nel bene e nel male, per necessità più che per vocazione, molte imprese abbiano usato la via della flessibilità impropria come sostituto della svalutazione nei tempi in cui non era più possibile usare la svalutazione monetaria. Hanno cercato di recuperare competitività abbassando il costo del lavoro attraverso un impoverimento dei contratti. Noi dobbiamo convincere le imprese che valorizzare il contratto di lavoro, le relazioni di lavoro, il capitale umano degli occupati è la strada per aumentare la produttività del lavoro. Anche un lavoratore laureato può avere un capitale umano povero se non fa un buon matching con l’impresa in cui lavora. No, non abbiamo esaurito il nostro compito, perchè io non credo che la detassazione del salario di produttività in passato abbia funzionato bene. Avere a disposizione delle risorse è importante ma bisogna che queste risorse siano finalizzate bene, altrimenti equivale a dire: ti do un pezzo di salario detassato ma in maniera totalmente avulsa da risultati produttivi. Io non sono al corrente di studi i quali dimostrino che c’è una buona evidenza che la detassazione del salario di produttività ha funzionato. Dare dei soldi così è molto meno efficace, riesce molto meno a indirizzare le risorse sul risultato che vogliamo raggiungere, ovvero incentivare la produttività.
Quanto al taglio dell’Irpef?
Io avrei preferito usare risorse per tagliare il cuneo fiscale. Ma si tratta di risorse limitate, messe sul cuneo fiscale sarebbero state una goccia nel mare. Sull’Irpef è stato importante avere dimostrato una sensibilità nei confronti dei redditi bassi e medio bassi. È vero che i contribuenti che si trovano nella no tax area non sono toccati da questo intervento e, quindi, non sono stati avvantaggiati. Anche oggi, però, ho insistito con il ministro Grilli: la cifra complessiva della legge di stabilità deve dimostrare che c’è attenzione alle fasce deboli. Con le risorse che restano per le politiche sociali possiamo restituire poi qualcosa in termini di servizi. I Comuni già dicono che certi servizi non li possono più dare. Avevamo presentato un progetto per la non autosufficienza, mettendo insieme risorse della sanità e delle politiche sociali, questo progetto per il momento è accantonato ma vogliamo che gli interventi sulle politiche sociali, sommati agli interventi sull’Irpef, diano il segno di una attenzione per il sociale che in questo Governo è sempre considerata scarsa.
E allora perchè avete alzato l’aliquota Iva dal 4 al 10% per le cooperative sociali?
Su questo punto, siamo sotto procedura di infrazione da parte della Ue. C’è una direttiva europea a cui dare attuazione. Su questo la colpa non è del governo.
Ci sarà selettività, dunque, sull’applicazione della detassazione dei salari?
Ho già detto che quello che c’era non funzionava bene, compresa una certa regressività della misura, e che era molto blandamente legato alla produttività. La produttività si può misurare, dobbiamo collegare di più gli incentivi ai risultati, ci sono modi migliori per spendere un miliardo e 600 milioni che non buttarli lì su un obiettivo mal perseguito. Stiamo mettendo insieme le idee e ne ho già parlato con il ministro Passera. Per il resto, aspettiamo che le parti sociali ci dicano e abbiamo segni moderatamente incoraggianti: spero anche che queste correzioni in direzione di una maggiore attenzione al sociale che vengono nella legge di stabilità inducano qualcuno, nelle parti sociali, a non irrigidirsi.
Che cosa pensa dell’ipotesi dell’introduzione del part time per i lavoratori over 50, che potrebbe rientrare negli accordi fra le parti sociali?
Pur nel rifiuto della logica per cui un lavoratore deve uscire dal mercato, perchè possa entrare l’altro, che è il contrario di un mercato del lavoro inclusivo, credo che però, sia per la recessione, sia perchè abbiamo una situazione di debolezza strutturale la quale è anche antecedente alla crisi finanziaria e alla successiva recessione, noi dobbiamo pensare al lavoro degli anziani in maniera innovativa. Sono molto vicina agli intendimenti del disegno di legge presentato dal senatore Ichino, che è un profondo conoscitore del mercato del lavoro. La sua è una proposta di solidarietà espansiva che abbina il lavoro degli anziani con il lavoro dei giovani. Sono tutte proposte che vanno prese in considerazione. Una proposta che va in questo senso è anche venuta da Assolombarda, nel segno della solidarietà espansiva. È chiaro che più questi progetti fanno riferimento a fondi pubblici, più in questo momento si scontrano con il fatto che le risorse sono limitate. Penso sia meglio, dunque, agire con delle buone sperimentazioni che possono essere allargate una volta che ci sarà qualche respiro in più sul piano fiananziario.
Ritornando alla flessibilità in entrata, nell’articolo 1 della riforma che porta il suo nome, si parla della «valorizzazione dell’apprendistato come modalità prevalente di ingresso dei giovani nel mondo del lavoro». Come pensate di incentivarlo?
Su questo istituto, rispetto al quale ci siamo mossi sulla scia di quanto aveva già fatto in precedenza il ministro Sacconi, apportando solo alcune modifiche, noi puntiamo moltissimo. Per quanto mi riguarda, l’auspicio è che nel medio termine diventi il canale preferenziale, tipico, d’ingresso nel mondo del lavoro. Si tratta di una scommessa importante, anche se molti amici economisti mi dicono che il suo sviluppo in Italia rischia di essere un’impresa difficile.
Finora la sua applicazione ha dato risultati non entusiasmanti.
Bisogna dire che noi veniamo da una storia di utilizzo dell’apprendistato determinata più dalla convenienza economica di questo tipo di contratto per il datore di lavoro che non dalla volontà di quest’ultimo di investire sulla formazione di un giovane, insegnandoli un’arte, un mestiere. Ritengo che il nostro compito sia quello di invertire questo trend: con esso l’imprenditore dovrà volere investire in capitale umano e sarà per questo motivo che il suo compito verrà agevolato da sgravi fiscali e contributivi. Così messo, questo istituto costituisce anche una leva importante per la produttività ed è stato fondamentale in Germania, in cui si considera l’apprendistato lo strumento fondamentale grazie a cui la disoccupazione giovanile è uguale rispetto al resto della popolazione, mentre in Italia, con il 33% di giovani senza lavoro, i numeri sono purtroppo molto diversi.
Vi ispirate al modello tedesco?
Di certo abbiamo in mente un progetto proprio con i tedeschi, con i quali stiamo lavorando intensamente negli ultimi due mesi e che abbiamo chiamato «Apprendistato duale». Grazie ad esso disponiamo ora di un elenco di imprese italiane con stabilimenti in Germania e di aziende tedesche con stabilimenti in Italia, nonché di un elenco di scuole professionali in Italia e Germania, che lavoreranno congiuntamente. Si tratta di un progetto di scuola-lavoro che presenteremo a Napoli il 12 e 13 novembre prossimi: una scelta non causale, perché dal punto di vista dell’occupazione ritengo che si tratti di una città simbolo. Vorrei sottolineare che questa iniziativa mi piace anche perché si tratta di un caso concreto in cui la Germania non si presenta solo come un Paese il quale chiede solo rigore finanziario, ma che invece può darci una mano importante anche per l’economia reale.
Nell’Italia dei licei, l’apprendistato rappresenta, però, anche un problema, una sfida culturale da vincere.
Su questo fronte, si tratta di avere pazienza. Dico spesso che questo Governo sta cercando di instradare il Paese, ma che per risolvere i problemi servono tempi più lunghi. Con ciò intendo dire che non pensiamo certo di dare valore all’apprendistato solo scrivendo una norma, perché in questo caso si tratta anche di affrontare il tema dei comportamenti. Il lavoro da fare sarà lungo perché dobbiamo recuperare modelli di formazione professionale che abbiamo largamente svilito quando tutti volevano la laurea, mentre poi si è dovuto fare i conti anche con un grande abbandono scolastico. Dobbiamo convincere i ragazzi che imparare un mestiere è fondamentale e le imprese che questa è la strada per aumentare la produttività. In definitiva, dobbiamo crederci. Io, del resto, vengo dalla città dei salesiani, che hanno sempre curato la formazione professionale: Don Bosco prendeva i ragazzi dalle strada e insegnava loro un mestiere. Ripeto: se siamo troppo impazienti si fa poca strada.
Sempre a proposito di categorie svantaggiate, a che punto è l’operatività del nuovo fondo che stanzia 232 milioni per le imprese che stabilizzano o assumono giovani e donne?
Stiamo lavorando, insieme all’Inps, per vedere come possa essere reso effettivamente operativo. Di fatto sarà un beneficio che riduce il costo, con bonus fino a 12mila euro per le conversioni a tempo indeterminato e di 3mila euro per nuovi contratti a termine di durata non inferiore ai 12 mesi, che salgono a 4mila per quelli che superano i 18 mesi e arrivano a 6mila euro per i contratti che vanno oltre i 24 mesi.
La vicenda esodati crea ancora aspre tensioni. Per il Governo la partita si è chiusa?
Esodati da altri, salvaguardati dal governo. Questo lo dico sempre. C’è un discorso complesso, cerco di ribardirlo per grandi linee: lo dico perché sono stata accusata di ogni menzogna, ma ho sempre respinto al mittente questa accusa e lo faccio anche oggi. Il ministro non sapeva lo stato dell’arte, forse avrei dovuto ma nessuno me l’aveva detto: abbiamo messo la norma di salvaguardia che era una replica di tutte le cose messe in passato. Mi è stata data una stima iniziale di 50mila, poi aumentatata a 65mila per avere margine, dopodiché si scopre che il mondo imprenditoriale è stato molto più propenso a usare questa leva per un alleggerimento di manodopera rispetto a quanto stimavano i nostri uffici. E soprattutto bisogna tenere in considerazione che non solo c’erano accordi fatti con il governo, ma altri di diverso tipo siglati con enti teritoriali e altri ancora personali tra datore di lavoro e singolo lavoratore. Un mondo di accordi non facile da conoscere e men che meno da misurare.
Quindi, come avete proceduto?
Con due provvedimenti successivi abbiamo finora salvaguardato 130mila persone. C’è il primo decreto da 65mila che è adesso operativo con domande che stanno arrivando all’Inps: L’istituto le sta vagliando e sta mandando le lettere. Va tenuto presente che noi non salvaguardiamo categorie di persone ma singoli individui ai quali diciamo: «Hai il diritto soggettivo di andare in pensione con i vecchi requisiti». Ne consegue che dobbiamo veramente individuare persona per persona e sui primi 65mila l’operazione sta ben procedendo, tanto che adesso siamo a già a circa 30mila riconoscimenti.
Poi c’è il secondo decreto che abbiamo perferzionato con il ministro Grilli la settimana scorsa, che riguarda 55mila persone per un totale di 120mila individui. Negli stessi giorni, infine, ho emanato il terzo decreto che salvaguarda i lavoratori della finestra mobile del ministro Sacconi, che sono circa 10mila, con i quali si arriva appunto a quota 130mila.
D’accordo sui 130mila, però si parla di altre platee.
Io credo che vadano doverosamente salvaguardate le persone in difficoltà, ma siamo sicuri che tutti coloro che maturano questi requisti nel 2013 e 2014 abbiano titolo per definirsi salvaguardati? La risposta è largamente sì ma ci sono casi individuali: i contributori volontari. L’ultima cosa che vorrei fare è cercare le persone non ancora salvaguardate per questi due anni e dare a loro una tutela. Nella platea dei 130mila ci sono persone che andranno in pensione con accordi collettivi di mobilità fino al 2018, tra cui quelli di Termini Imerese.
Comunque la riforma non può essere stravolta.
Non possiamo pensare di disfare la riforma delle pensioni come in Parlamento qualcuno ha tentato di fare. Dobbiamo innovare e pensare a strumenti nuovi. Pure nell’ambito del Pd ci sono diverse persone che pensano a provvedimenti di invecchiamento attivo, come i senatori Ichino e Treu.
Anche per gli anziani il lavoro deve essere una risorsa e non bisogna solo pensare a un mercato del lavoro in cui un lavoratore senior esce per fare spazio a un altro giovane: questo è il contrario del mercato del lavoro inclusivo al quale noi vogliamo tendere.
Secondo lei ha consolidato definitivamente il nostro sistema previdenziale?
Oggi il sistema pensionistico regge ed è in grado di sostenere i suoi conti perché dalla riforma arrivano grandi risparmi. La questione del disavanzo Inpdap messo insieme all’Inps, che ha un avanzo sul fondo lavoratori dipendenti, è in parte malposta. L’istituto mi ha confermato che il pagamento dei contributi da parte dello Stato è al 98-99 per cento. Che ci fosse un disavanzo lo sapevano tutti: io auspico che si prenda questa occasione di costruzione di un unico ente previdenziale per dare ordine contabile al sistema dei pagamenti e dei contributi dello Stato sui propri dipendenti. Lo Stato deve essere un datore di lavoro come tutti gli altri, che paga i suoi contributi e trasferisce quanto deve all’Inps per coprire il divario tra contributi e prestazioni.
Lei spesso fa riferimento al concetto di equità. Molte persone ricevono più pensioni: non sarebbe il caso di mettere un tetto o eliminare questa possibilità di cumulo?
Noi ci siamo inseriti su una norma che c’era già sul contributo di solidarietà per le pensioni alte. Personalmente io avevo proposto un prelievo del 25% sulla parte di pensione che eccede i 200mila euro. Ma Fornero propone e altri approvano. Per cui questa proposta non è passata e hanno portato il contributo al 15 per cento. Io sono favorevole a una tassazione di queste pensioni alte perché non sono state pagate del tutto con i contributi.
Ancora un quesito sulla materia pensionistica: avete pensato di allargare agli uomini l’opzione dell’uscita anticipata con il contributivo?
Il problema non si è posto per due motivi: perché c’è stata poca richiesta persino da parte delle donne. E poi per problemi di cassa.
Come va la verifica sulla sostenibilità delle casse professionali? C’è probabilmente un grosso problema per la cassa dei ragionieri che non è riuscita a varare le misure correttive.
Le casse hanno fatto molta resistenza su questa operazione che trovavano lesiva delle loro autonomia, ma nel corso del confronto hanno capito che non c’era antagonismo da parte del governo bensì il desiderio di aiutarle a ritrovare una loro sostenibilità. Ho scritto diverse volte da studiosa delle casse e ho sempre sostenuto che quella che ha introdotto la privatizzazione è stata una legge sbagliata perché si dava autonomia a un disegno pensionistico non troppo solido e la Cassa ragionieri è la dimostrazione di come si possa realizzare una bassissima diversificazione del rischio. In un sistema a ripartizione non possono stare in piedi casse di una sola professione, io ho sempre pensato che dovevano adottare la formula contributiva che è sostenibile perché paga l’equivalente attuariale dei contributi versati. Ora, siccome il rendimento è basato sulle dinamiche interne della professione, bisognerebbe fondere più casse. Ma questo è un caso in cui gli egoismi di categoria si manifestano nella maniera più evidente perché finché una cassa presenta gli avanzi si sente forte e pensa di essere nel migliore dei mondi possibili. Quando iniziano a manifestarsi disavanzi, invece, cerca soccorso e vuole unirsi ad altri. Queste storie, però, vanno tipicamente a finire con l’intervento dello Stato per ripianare disavanzi privati.
Eppure il passaggio al contributivo da altri è stato recepito.
Posso dire che la norma ha sortito effetto perché per esempio Inarcassa, che si è sempre dimostrata molto resistente al metodo contributivo, l’ha infine sposato in pieno. Gli avvocati l’hanno fatto in maniera non piena, ma comunque l’hanno fatto. Ora stiamo esaminando i bilanci che ci sono stati consegnati il 30 settembre.
E sui ragionieri che intenzioni avete?
Sulla cassa dei ragionieri non voglio anticipare niente, ma non hanno ottemperato agli obblighi di legge. Fornero non ha ancora commissariato la cassa dei ragionieri, ma è ben conscia che c’è un problema e lo stiamo esaminando con la dovuta serietà.
Parliamo di politiche attive. Come si rende più dinamico il mercato del lavoro?
Il dinamismo si basa su monitoraggio e valutazione dei risultati. Stiamo dedicando molto tempo al monitoraggio della riforma che deve essere vista nel suo complesso, giudicarla a pezzi vuol dire rischiare di perdere di vista tutto l’insieme. Abbiamo messo all’opera un gruppo di lavoro che sta predisponendo l’esplorazione delle banche dati contenenti informazioni sul mercato del lavoro. Abbiamo molte banche dati che a volte si parlano e a volte no.
Come renderle effettivamente funzionali?
Cerchiamo di adottare una metodologia scientifica di valutazione per cercare di isolare l’effetto di una norma per capire con robustezza scientifica l’impatto che produce. Vorrei due tipi di valutazione: una istituzionale affidata all’Isfol, di cui vorrei migliorare la performance, attribuendogli un compito istituzionale di monitoraggio. Poi c’è una valutazione dal parte del mondo scientifico che possa dare un giudizio sulla riforma, com’è stato fatto in Germania, dove le riforme sono iniziate nel 2003 e da allora sono andati avanti a modificare e a valutare: ciò che funzionava è stato potenziato, ciò che non funzionava veniva cestinato.
Nel monitoraggio esistono indicatori che possano misurare gli effetti della riforma nei tribunali?
Mi sono trovata spesso con un’obiezione che facevo fatica ad accettare: la sua riforma dell’articolo 18 va anche bene, ma in Italia non abbiamo i giudici tedeschi. Allora la mia replica è stata: sì, ma non abbiamo neanche imprenditori e lavoratori tedeschi. Insomma, non siamo la Germania, nel bene e nel male. Conosco molti giudici del lavoro e mi fido di loro. Io credo che la rappresentazione dei giudici che si occupano delle cause in maniera pregiudiziale non sia corretta. Si tratta di diffondere le pratiche buone. Noi abbiamo messo un meccanismo di conciliazione, che potrà funzionare o meno, però noi cerchiamo di dare gli incentivi giusti. La conciliazione risolve i casi in cui una parte capisce la buona fede dell’altra. Poi c’è un altro aspetto: se anche il processo sarà lungo al lavoratore andrà indennizzo massimo, questo è un modo per dare certezza sui costi. E in ogni caso abbiamo anche scritto norme insieme al ministro Severino, norme per creare un canale veloce per il processo del lavoro.
Quando verrà concluso il monitoraggio?
L’obiettivo è chiudere la preparazione dello schema del monitoraggio e poi di avviarlo. Ma ci sono cose che posso far partire subito: dalle comunicazioni di lavoro, ad esempio, ho indicazione su un aumento di licenziamenti, anche se sono mere indicazioni su cui non si riesce a derivare causalità nell’immediato.
Qual è la priorità?
La priorità è portare a termine tutti gli adempimenti normativi delle riforme fatte. Su quella delle pensioni il quadro è completato, mentre su quella del lavoro mancano due importanti deleghe da attuare: quella sulla partecipazione e quella sulle politiche attive. La prima riguarda uno strumento importante per raggiungere più alti livelli di produttività: abbiamo messo a punto una bozza, con la rassicurazione per il mondo delle imprese che la partecipazione non deve essere vista come un’imposizione calata dall’alto. La seconda è un po’ più complessa, perché prevede un tavolo istituzionale con le parti sociali e con le Regioni e deve portare a centrare l’obiettivo di far funzionare le politiche attive. È una delega importantissima, perché è uno dei fondamenti della riforma.
Ma per ora è rimasta inattuata.
Posso garantire che la attueremo entro la fine della legislatura, faremo sì che le politiche attive funzionino e non siano mero accessorio come accade in buona parte del Paese. Il cambiamento radicale degli ammortizzatori sociali garantisce un’assistenza finanziaria ai disoccupati ma è fondamentale che questi si attivino per cercare un nuovo impiego. Il mercato del lavoro è più complesso di quasi tutti gli altri mercati. Sono necessari operatori professionali, noi abbiamo in alcune parti d’Italia delle attività che funzionano a livello europeo, in termini di corsi di riqualificazione, attivazione del lavoratore, di matching tra domanda e offerta, a livello europeo, ma sono eccezioni. Questa è la vera scommessa su cui dobbiamo investire e puntiamo entro marzo ad attuare la delega.

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