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Fornero: i giovani sul lavoro non siano schizzinosi

ROMA — Non fate i difficili quando si tratta di lavoro, non siate «choosy», prendete quello che c’è e poi si vedrà. Il consiglio arriva dal ministro Elsa Fornero, che ha scelto un termine inglese traducibile come «esigenti», ma usato anche come «schizzinosi» per dare un suggerimento a chi oggi cerca occupazione. «Lo dico sempre ai miei studenti – ha raccontato alla platea di un convegno dell’Assolombarda a Milano – è meglio prendere la prima offerta che capita e poi, da dentro, guardarsi intorno ». «Anche se adesso non è più così, in un mercato tanto difficile e debole – ha ammesso – abbiamo visto tutti dei laureati che stavano lì, in attesa del posto ideale». Poche frasi che, visto l’alto tasso di disoccupazione giovanile, hanno suscitato una marea di polemiche, scatenato i
social network e segnato quella che – per il ministro – resterà una giornata difficile, conclusasi con i fischi raccolti più tardi, in un altro incontro alle porte di Torino, dal quale la Fornero se n’è andata «avvilita». L’appuntamento era in un circolo di Nichelino, nell’hinterland, per parlare di pensioni. Ma accolta dai «fuori, fuori» e «lavoro, lavoro» urlati da di manifestanti Cobas e di Rifondazione, il ministro ha deciso di lasciare la sala. «Hanno perso un’occasione, non pensiate che m’intimorisca» ha detto.
Il clima si era già surriscaldato in mattinata quando, parlando della mobilitazione dei sindacati europei del 14 novembre, il ministro aveva detto alla Cgil «se mi invitano, in piazza ci vado anch’io». Ma la bomba è esplosa dopo i suggerimenti sul lavoro e non sono bastate le precisazioni successive ad alleviare la tensione. «Non ho mai detto che i giovani siano schizzinosi – ha spiegato in seguito Fornero – oggi sono disposti a prendere qualunque lavoro, tant’è che sono precari». Su Twitter però la rivolta era già partita e anche dal fronte politico arrivava qualche perplessità: «Frase infelice e non è neppure la prima volta» h commentato il Pd di Bersani.
Resta il fatto che se non siamo in Paese dei «choosy», di sicuro siamo quello dei «neet», dei giovani tra 15 e 29 anni che non studiano né hanno impiego. In Europa sono 14 milioni e la parte più consistente, oltre due milioni, vive in Italia. Una generazione la cui esclusione, stima il centro di ricerca Eurofound, costa all’Unione l’1,2 per cento del Pil, 150 miliardi di euro (per il nostro paese 32,6 miliardi, il 2 per cento del Pil). In Italia sono il 22,7 , Bulgaria e Grecia le uniche a fare peggio. Ma ad avvicinarci ai Paesi “periferici”, è anche il profilo di questi giovani. Solo il 34 per cento risulta disoccupato alla ricerca di lavoro, gli altri sono inattivi, ci hanno rinunciato. A conferma che in Italia la crisi ha reso più grave il fenomeno, ma che le cause sono strutturali. Come l’assenza di politiche per l’occupazione o le difficoltà nel passaggio tra scuola e impiego. Alcune categorie sono più esposte: chi vive al Sud, le donne, i titoli di studio più bassi. Un capitale umano che rischia di andare perso, perché un lungo periodo di disoccupazione giovanile fa scendere le possibilità di trovare lavoro da adulti. Oltre al rischio, confermato dai dati sulla partecipazione politica dei Neet, più bassi della media, «di essere socialmente alienati dalle proprie comunità».

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