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Formazione senza «rendite»

La Corte di giustizia Ue invade il campo del sistema della formazione professionale. E detta le condizioni perché sia effettuata nel rispetto della disciplina a tutela della concorrenza. Con la sentenza depositata ieri nella causa C-1/12, vicenda che riguarda l’Ordine degli esperti contabili portoghese, la Corte ha espresso due affermazioni. Il primo sulla competenza: per gli eurogiudici, la circostanza che un Ordine professionale sia tenuto per legge a porre in essere un sistema di formazione obbligatoria destinato ai suoi membri, come avviene peraltro anche in Italia anche alla luce del Dpr 137/12, «non sottrae all’ambito di applicazione del diritto europeo sulla concorrenza le norme da esso promulgate e ad esso esclusivamente imputabili». Inoltre, il fatto che queste norme sono prive di influenza diretta sull’attività economica dei membri dell’Ordine professionale non incide sull’applicabilità del diritto dell’Unione in materia di concorrenza, dal momento che la violazione (potenziale) censurata riguarda un mercato nel quale l’Ordine esercita un’attività economica.
In secondo luogo la pronuncia sottolinea come un regolamento adottato da un Ordine professionale che disciplina un sistema di formazione obbligatoria di una libera professione, per garantire la qualità dei loro servizi, realizza una restrizione della concorrenza, vietata dal diritto dell’Unione, «quando elimina la concorrenza per una parte sostanziale del mercato rilevante, a vantaggio di tale ordine professionale, ed impone, per l’altra parte di detto mercato, condizioni discriminatorie a danno dei concorrenti dell’ordine. Spetta al giudice del rinvio verificare dette circostanze».
L’Otoc (Ordine degli esperti contabili del Portogallo) prevedeva un obbligo di formazione articolato su un biennio con l’attribuzione di un totale di 35 crediti formativi. Il regolamento Otoc prevede due tipi di formazione. Da un lato, la formazione istituzionale (di una durata massima di 16 ore), indirizzata a rendere consapevoli i professionisti sulle iniziative e modifiche legislative e anche sulle questioni di ordine etico e deontologico: questa formazione può essere erogata esclusivamente dall’Otoc e un esperto contabile deve conseguire annualmente dodici di questi crediti.
Dall’altro lato, la formazione professionale (di durata minima superiore a sedici ore), consistente in sessioni di studio su temi che riguardano la professione. Questa formazione può essere organizzata dall’Otoc, ma anche dagli organismi iscritti presso l’ordine stesso. La decisione sull’iscrizione di organismo di formazione e quella di omologare le azioni formative proposte dagli enti formativi, spetta all’Otoc a seguito del versamento di una tassa. Il garante della concorrenza del Portogallo ha ritenuto il sistema distorsivo e inflitto all’Otoc un’ammenda: nel mirino i crediti attribuiti d’ufficio al sistema formativo ordinistico e l’imposizione sul resto del mercato di condizioni particolari a danno dei soggetti concorrenti con l’ordine.
Al tribunale portoghese, fissati i paletti, sottolinea la Corte europea, toccherà analizzare la struttura del mercato e valutare se è giustificata la distinzione tra i due tipi di formazione, la durata della stessa e la fisionomia degli enti cui la formazione è poi parzialmente affidata.
In Italia, è tutto da valutare l’impatto della sentenza, anche perché il sistema, con il Dpr 137, è stato innovato. Il decreto infatti prevede che i corsi di formazione possono essere organizzati, oltre che da ordini e collegi, anche da associazioni di iscritti agli albi e da altri soggetti, autorizzati dai consigli nazionali degli ordini o collegi. Quando deliberano sulla domanda di autorizzazione, i consigli nazionali devono trasmettere una proposta di delibera al ministero vigilante per acquisirne il parere vincolante. Inoltre, il consiglio nazionale dell’ordine o collegio disciplina con regolamento, da emanare entro l’estate, le modalità e le condizioni per l’assolvimento dell’obbligo di aggiornamento da parte degli iscritti e per la gestione e l’organizzazione dell’attività di aggiornamento a cura degli ordini o collegi territoriali, delle associazioni professionali e dei soggetti autorizzati; i requisiti minimi, uniformi su tutto il territorio nazionale, dei corsi di aggiornamento; il valore del credito formativo professionale quale unità di misura della formazione continua. Gli Ordini interpellati (si veda la tabella accanto) non prevedono ricadute sui loro regolamenti dalla sentenza della Corte europea, e spiegano che il loro ruolo – di formatori da una parte e autorizzatori dall’altra – ha il solo scopo di fornire un’offerta adeguata in quelle aree tematiche (ad esempio la deontologia o l’etica professionale) che difficilmente si trovano sul libero mercato e di garantire che la formazione acquisita sia pertinente e di livello adeguato.

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