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FonSai, buco di 600 milioni nei conti 2010

Una delle spie del malfunzionamento si è accesa quando l’attenzione degli uomini del nucleo di Polizia tributaria della Guardia di finanza di Torino è caduta su mail e documenti cartacei relativi alle riserve a copertura dei sinistri mortali: in questi casi i rischi sono elevati, e di norma le compagnie assicurative accantonano 500mila euro per ogni dossier; nel gruppo FonSai, invece, si metteva da parte solo 250mila euro.
Anche di qui è partita la ricostruzione delle modalità con cui venivano gestite le riserve sui sinistri all’interno del gruppo dei Ligresti, un lavoro di mesi che ha messo in luce un “buco” da 600 milioni nelle coperture non comunicato al mercato e ieri ha spinto i pm Vittorio Nessi e Marco Gianoglio a far notificare 14 nuovi avvisi di garanzia nell’ambito dell’inchiesta avviata l’estate scorsa dalla procura torinese sul gruppo FonSai.
Un salto di qualità, quello di ieri, doppiamente significativo perché tra i reati ipotizzati spuntano – dopo il falso in bilancio, l’ostacolo alla vigilanza e l’infedeltà patrimoniale – anche fattispecie più gravi come la manipolazione del mercato e il falso in prospetto, e al contempo si allarga il perimetro degli indagati. Da ieri, nel mirino della Procura non ci sono solo più i componenti del comitato esecutivo di Fondiaria Sai del 2008-2011, tra cui i figli di Salvatore Ligresti, Emanuele Erbetta e Fausto Marchionni, ma si aggiungono il presidente onorario Salvatore Ligresti e il dirigente Piergiorgio Bedogni, il Comitato esecutivo di Milano assicurazioni, ma anche le società FonSai e Milano, per responsabilità amministrativa ex legge 231, che richiama espressamente la manipolazione del mercato.
Sotto la lente degli inquirenti è finito l’aumento di capitale lanciato nel giugno 2011, e il prospetto informativo costruito sulla base del bilancio 2010. In entrambi, si parla di «un adeguamento delle riserve sinistri per un importo di circa 615 milioni», ma si sarebbe taciuto di altri 600 milioni di integrazioni necessarie, peraltro ravvisate dall’Isvap pochi mesi dopo. Di qui la doppia accusa: prima il falso il bilancio e poi il falso nel prospetto che su quel bilancio si basava, documenti manipolati, si sostiene, per evitare il tracollo dei titoli a Piazza affari; a monte di tutto, la “leggerezza” con cui venivano calcolate le riserve sui sinistri, e i diversi metodi attuariali cui si faceva ricorso, scelti – si apprende da fonti vicine alla Procura – in base al risultato che potevano garantire rispetto all’ammontare delle riserve.
Sulla gestione passata di FonSai sono al lavoro due Procure, Milano e Torino. Se a Milano il sostituto procuratore Luigi Orsi è partito dall’alto della piramide, cioè dalle società facenti capo direttamente ai Ligresti e azioniste di Premafin, la Procura di Torino si è mossa dal basso, cioè da FonSai (che ha sede legale sotto la Mole), la principale controllata di Premafin, la società su cui gravavano le operazioni infragruppo. In particolare, sotto la Mole si lavora su due filoni: le operazioni immobiliari infragruppo e le riserve sinistri, con quest’ultimo che si è rivelato di più facile ricostruzione;
nei mesi scorsi, i magistrati torinesi avevano fatto trapelare l’intenzione di approdare a eventuali richieste di rinvio a giudizio entro l’estate.
«Siamo soddisfatti dei risultati che stanno portando le indagini e gli avvisi di garanzia notificati oggi rappresentano un ulteriore passo in avanti», ha commentato il Movimento consumatori, che a gennaio aveva invitato i risparmiatori traditi a presentare querele alla procura della Repubblica di Torino. Soddisfazione anche per il presidente Adusbef, Elio Lanutti, che ribadisce però la richiesta di allargare l’inchiesta anche alla Consob, che – ricorda – aveva il compito di impedire che tali reati si potessero concretizzare.

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