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Fonsai, arrestati i Ligresti e gli ex manager del gruppo ma Paolo in Svizzera si salva

Sei persone, tra cui Salvatore Ligresti, le due figlie, e gli ex amministratori di Fondiaria- Sai sono finiti in manette ieri mattina all’alba in diverse città d’Italia nell’ambito dell’inchiesta torinese che li vede indagati con l’accusa di falso in bilancio e aggiotaggio. Per il terzo figlio Ligresti, Paolo Gioacchino, residente in Svizzera che non intende rientrare nonostante l’ordinanza di custodia cautelare, sarà emesso un mandato di cattura internazionale. È ai domiciliari a Milano il patron della società di assicurazioni; in carcere a Cagliari la figlia Jonella, arrestata mentre era in vacanza in Costa Rey, in Sardegna, e a Vercelli Giulia Maria, arrestata nella sua abitazione milanese. È in carcere anche Emanuele Erbetta, ex ad, mentre sono ai domiciliari Antonio Talarico, esperto immobiliarista fedelissimo della famiglia, e Fausto Marchionni raggiunto dai finanzieri a Forte dei Marmi e portato in una casa in provincia di Cuneo. Sono state perquisiti, infine, l’ufficio e l’abitazione di Piergiorgio Bedoni, responsabile del bilancio 2010 della società, indagato a piede libero. Il titolo in Borsa alla notizia degli arresti segna inizialmente qualche perdita e poi recupera nella giornata e chiude con un guadagno di oltre cinque per cento.

«I miei figli non c’entrano, non hanno avuto il ruolo che gli attribuiscono in questa vicenda. Sono sicuro di poter dimostrare la nostra estraneità, la nostra innocenza » sono queste le prime parole che Salvatore Ligresti ha detto agli uomini che gli notificavano la notizia dell’arresto. Stanco e confuso per questa improvvisa svolta nell’inchiesta, si è rifugiato nella sua villa in via Ippodromo, a Milano. Poco dopo, Gian Luigi Tizzoni, l’avvocato di Salvatore e Giulia Ligresti, ha parlato di «misure eccessive » e di un impianto accusatorio «fragile e impreciso». «Siamo pronti — ha detto — a ricorrere contro il provvedimento del tribunale». L’operazione della Guardia di finanza di Torino, coordinata dai pubblici ministeri Vittorio Nessi e Marco Gianoglio, è scattata a sorpresa, dopo un anno di indagini, perché, secondo l’accusa, i Ligresti stavano preparando la fuga dall’Italia. Jonella, Giulia Maria e Paolo Gioacchino, avevano prelevato 14 milioni di euro in pochi giorni dalle società lussemburghesi «Limbo», «Canoe» e «Hike», le casseforti che garantiscono il controllo del gruppo Fonsai. Avevano a disposizione aerei privati e un elicottero e case in Svizzera e alle Cayman dove avrebbero potuto tranquillamente trasferire le proprie attività. Mentre contemporaneamente, dalle telefonate intercettate e dai movimenti tra Torino e Milano, gli inquirenti si accorgevano che gli ex manager di Fondiaria Sai si muovevano per individuare i consulenti nominati dalla procura di Torino che svolge le indagini. In particolare Emanuele Erbetta, telefonava e si consultava per scoprire quali erano gli esperti che stavano collaborando con i magistrati, con «intraprendenza e variegata spregiudicatezza nel pretendere di manipolare le prove» scrive il giudice Silvia Salvadori che ha emesso le ordinanze di custodia cautelare.
L’inchiesta è nata ad aprile dello scorso anno su segnalazione della Consob e in seguito alla denuncia del fondo immobiliare Amber dopo una spericolata operazione di Fonsai per l’acquisizione dell’intero pacchetto azionario di Atahotel, in pesante perdita. L’ipotesi è che Fonsai abbia truccato i conti sottostimando la «riserva sinistri» per quasi 600 milioni di euro. A luglio del 2012 sono stati emessi i primi avvisi di garanzia, dodici, con le ipotesi di falso inbilancio e ostacolo all’attività di vigilanza sui quattro anni dal 2008 al 2011. E questa primavera sono emerse ancora nuovi indizi, questa volta l’accusa è di aggiotaggio, dopo la presentazione di querele da parte di un gruppo di azionisti che si ritenevano danneggiati dalla gestione della compagnia di assicurazioni quotata in borsa. «Per tutelare i piccoli risparmiatori — ha detto il procuratore Vittorio Nessi — stiamo valutando anche il sequestro di una parte del patrimonio della famiglia ritenuta proventidel reato».
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