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Fondo salva-Stati al crocevia tedesco

di Chiara Bussi

Si apre oggi una settimana decisiva per il futuro dell'area euro. Gli occhi del mercato sono tutti puntati su Berlino. Giovedì 29 e venerdì 30 il Parlamento tedesco è chiamato a pronunciarsi sulla riforma del fondo salva-Stati (Efsf) che ne allarga strumenti e competenze, consentendogli, per esempio, di acquistare titoli di Stato di Paesi dell'area in difficoltà, come previsto dal summit europeo del 21 luglio scorso. La ratifica da parte dei 17 Paesi dell'Eurozona è un tassello cruciale del puzzle: per entrare in vigore le nuove regole devono ottenere il via libera all'unanimità, ma finora solo in sette (Italia compresa) hanno già dato un parere favorevole. Uno scatto in avanti che la comunità finanziaria internazionale chiede a gran voce, mentre al G20 di Washington della settimana scorsa i Paesi di Eurolandia hanno assicurato che prenderanno «tutte le azioni necessarie per incrementare la flessibilità dell'Efsf entro ottobre». Il Commissario Ue agli Affari economici, Olli Rehn, ha invece ribadito che il fondo dovrà gradualmente subentrare alla Bce nell'acquisto di bond.

L'ostacolo più impervio da superare riguarda proprio la Germania, dove il dibattito è ormai diventato una spinosa questione di politica interna. I due principali partiti dell'opposizione hanno già detto che daranno l'ok. E una prima difficoltà è stata superata con il voto favorevole in commissione parlamentare. Le incognite sono invece tutte all'interno della coalizione di governo e legate al comportamento dei liberali della Fdp. Una spaccatura renderebbe ancora più fragile la compagine di maggioranza. Giovedì vota il Bundestag, la Camera Bassa, mentre venerdì toccherà al Bundesrat, la Camera Alta. Un'altra spina nel fianco del fondo salva-Stati rinnovato riguarda le modalità legate all'operatività. Secondo la stampa tedesca, Berlino premerebbe per un'approvazione degli interventi dell'Efsf caso per caso a opera di una sotto-commissione parlamentare. L'ipotesi rallenterebbe però i tempi di intervento.

In settimana si pronunciano anche i Parlamenti di Cipro, Slovenia, Estonia, Austria e Finlandia. Piccoli Stati, ma con potere di veto. Ed è proprio da Helsinki che arrivano segnali contrastanti. Una delle azioni che il fondo rinnovato dovrà intraprendere sarà la cabina di regia di un secondo pacchetto di aiuti alla Grecia. La Finlandia chiede però ad Atene «garanzie collaterali» per poter dare il via libera alle modifiche dell'Efsf. Venerdì scorso la commissione Finanze del Parlamento ha però raccomandato l'approvazione. Resterà poi da chiarire l'orientamento dell'Austria, che all'inizio di settembre ha preso tempo per decidere.

La corsa a ostacoli non terminerà nei prossimi cinque giorni, perché la tabella di marcia prevede nuovi appuntamenti parlamentari ai primi di ottobre a Malta, in Olanda e in Slovacchia, mentre in Portogallo la tempistica non è ancora chiara. A frenare nelle scorse settimane è stata anche Bratislava, dove sembra che non ci siano i numeri sufficienti per il via libera. Secondo gli economisti è però probabile che in caso di un accordo in Germania, anche la Slovacchia, tradizionalmente nella sfera di influenza tedesca, possa seguire a ruota.

Il percorso è ancora tutto in salita e anche dopo l'eventuale approvazione resteranno da sciogliere nuovi nodi. Uno dei dubbi degli addetti ai lavori è infatti legato alla "potenza di fuoco" del fondo, oggi pari a 440 miliardi di euro e a 500 miliardi dalla seconda metà del 2013, quando verrà sostituito con l'Esm (European stability mechanism). «Una simile dotazione – spiega Marco Rocchi, economista di Intesa Sanpaolo – non sarebbe sufficiente in caso di interventi a sostegno di Italia e Spagna. Questo perché l'ampliamento dello strumento è stato deciso lo scorso luglio, quando la crisi del debito sovrano non aveva ancora assunto i contorni attuali. Così com'è, però, il fondo ci consentirà di guadagnare tempo, ma poi bisognerà ipotizzare nuove soluzioni». Secondo le stime del Ceps (Center for european policy studies), la dote dovrebbe essere innalzata fino a 4mila miliardi di euro. «Senza un potenziamento – sottolinea l'economista Cinzia Alcidi – in caso di nuovi interventi l'Efsf metterebbe sotto pressione le politiche di bilancio già fragili dell'area euro. La Francia, per esempio, rischierebbe di perdere la tripla A e crollerebbe l'architrave del fondo che gode del massimo giudizio delle agenzie finanziarie. Occorre creare un vero e proprio Fondo monetario europeo, che abbia la capacità di rifinanziarsi alla Bce, poiché nessuno Stato è in grado di garantire crediti di questa entità».

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