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Il fondo Mercury scende in Nexi e si riaprono i giochi con Sia

MILANO — Non c’è due senza tre. E così, dopo la cessione del 9,9% a Intesa, la vendita del 7,7% sul mercato a gennaio, ieri Mercury – principale azionista della società di pagamenti digitali Nexi – è passato di nuovo all’incasso, collocando l’8,8% del capitale a 14,2 euro per azione. Il valore è più alto delle precedenti operazioni, ma è comunque a sconto sui prezzi di Borsa della vigilia, così il titolo è scivolato del 7,8% a 14,11 euro.
L’operazione, in cui Barclays ha agito come advisor, insieme a Goldman Sachs e Hsbc, è stata sottoscritta 3,5 volte dagli investitori istituzionali, interessati anche a scommettere sui futuri sviluppi del mercato italiano dei pagamenti. La vendita di ieri non mette infatti ancora la parola fine all’assetto di Nexi: da un lato c’è la volontà dei fondi di uscire dalla società, dall’altra il disegno di fare una grande operazione di sistema nei pagamenti elettronici, mettendo insieme Nexi e Sia.
L’ipotesi di una fusione, con Mercury che ha appena ridotto la sua quota al 33%, diventa ancora più agevole. A quanto risulta la ricognizione tecnica sulle due società è quasi conclusa, in un paio di settimane questa sorta di due diligence informale potrebbe essere considerata quasi finita. Mancano ancora approfondimenti su alcuni aspetti – non secondari – della parte più commerciale, ma prima di scoprire le carte su questi punti le due parti vogliono aspettare che si pronunci l’Antitrust sulla partita Nexi-Intesa. Nel dicembre scorso, infatti, la banca guidata da Carlo Messina ha ceduto il suo ramo d’azienda che connette gli esercenti ai sistemi di pagamento digitali a Nexi, ricevendo in cambio il 9,9% della società.
Se Nexi è legata a Intesa, per Sia è cruciale un accordo commerciale con Unicredit. Il contratto, con durata decennale, prevede la possibilità di rinegoziare le condizioni nel 2021. Se Unicredit inviasse disdetta dovrebbe pagare una penale salata (fino a 500-600 milioni, secondo alcune ricostruzioni) che però molti operatori rivali potrebbero essere felici di saldare, al posto di Mustier, per acquisire un nuovo cliente. Di sicuro, per Sia il contratto con Unicredit è centrale: vale oltre 100 milioni di ricavi all’anno. Per il gruppo è quindi strategico arrivare ad un nuovo accordo con Unicredit anche se, nella migliore delle ipotesi, vedrà ridursi le commissioni future pagate da Mustier. Di certo è un passaggio- chiave per Sia nell’ipotesi (in subordine ma non scomparsa) di un’Ipo, ma anche di un accordo di fusione con Nexi. Per Mustier, invece, un’eventuale fusione Sia-Nexi potrebbe creare un problema, considerando che in questo caso si troverebbe ad essere cliente del suo principale concorrente. Intesa avrebbe infatti grossomodo il 7% di Sia-Nexi, a fronte di una quota non lontana dal 20% di Cdp, oggi socio all’88% di Sia.
Un’ipotesi potrebbe vedere l’ingresso di Unicredit nella partita, con un’operazione analoga a quella fatta da Messina. Dunque, conferimento a Sia delle attività legate alle carte di credito che gestisce in prima persona, ricevendo in cambio una quota di Sia che poi, in una nuova eventuale società post-fusione, potrebbe non essere troppo diversa da quella di Intesa. L’operazione di fusione, che ai piani alti di Cdp sarebbe stata illustrata a grandi linee ai soci di Mercury, prevederebbe anche che la Cassa, diventando il socio di maggioranza relativa, esprima il presidente e il direttore finanziario del colosso che nascerebbe dall’integrazione. Tutte le aziende coinvolte hanno preferito non commentare, Cdp Equity ha invece smentito ogni trattativa, ribadendo che Sia ha aperte tutte le opzioni, a iniziare dall’Ipo.
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