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«Fondo italiano, pronti 3 miliardi per il capitale di Pmi innovative»

«Tre miliardi da investire nel capitale di piccole e medie aziende dall’alto potenziale per aiutarle a crescere. Entreremo come soci pazienti per una mirata azione aggregatrice. Contiamo di arrivare a 600 aziende partecipate in settori in cui l’Italia ha già competenze di eccellenza ma con dimensioni non adeguate: cybersecurity, aerospaziale, agricoltura tech, design, meccanica avanzata, pharma, turismo». Il nuovo amministratore delegato del Fondo Italiano d’Investimento, Sgr Antonio Pace illustra in questa intervista a Il Sole 24Ore il nuovo piano industriale triennale del Fondo, approvato pochi giorni fa dal cda presieduto da Andrea Montanino.

Il Fondo – nato dieci anni fa su iniziativa del Mef e partecipato da Cdp Equity, Intesa Sanpaolo, UniCredit, Abi e Confindustria – manterrà il suo doppio ruolo di intervento attraverso fondi di fondi e investimenti diretti. Questi ultimi sono articolati attraverso quattro diversi veicoli, tra cui il Fondo italiano consolidamento e crescita (Ficc) che venerdì scorso ha annunciato l’ingresso, attraverso un aumento di capitale, come socio di minoranza, in Maticmind, azienda lombarda che opera nella cybersecurity che fattura 300 milioni. «L’investimento in Maticmind è l’esempio di come intendiamo procedere nella Fase 2 del fondo – spiega Pace – ovvero accompagnare una società tecnologica italiana che ha grandi competenze ma a cui serve capitale paziente per crescere anche tramite future aggregazioni».

Maggiori dimensioni, internazionalizzazione e, soprattutto, tecnologia saranno i driver degli investimenti nelle aziende italiane che il Fondo Italiano si appresta a fare nei prossimi mesi. «L’impatto dirompente della tecnologia sarà un’opportunità trasversale a tutti i business per ridisegnare il tessuto produttivo italiano che sarà condizionato dal mutamento epocale dell’economia reale accentuato dagli effetti del Covid – spiega il nuovo ad del Fondo Italiano -. Pensiamo, per esempio, al fatto che i consumi privati non saranno più la sola leva principale per la crescita economica dei Paesi nei prossimi anni».

La leva dei consumi sta passando dunque nelle mani degli Stati nazionali?

Credo che nel mondo il ruolo degli Stati e delle loro politiche economiche diverrà sostanziale. E questo comporta la responsabilità per chi opera nel settore pubblico di fare investimenti mirati, oculati, strategici e responsabili (ESG) verso l’occupazione e l’ambiente.

Torniamo ai nazionalismi?

No, affatto. Non lo penso e non me lo auguro. Il Recovery Fund messo in piedi dall’Unione europea ha segnato una pietra miliare per l’Europa al pari del whatever It takes di Draghi. Ma anche in questo caso il motore dell’iniziativa sono gli Stati insieme alla Commissione Ue.

Lei è un banchiere che ha lavorato per anni in Morgan Stanley e Credit Suisse: da investitore, sta recitando il mea culpa del mercato?

I mercati pubblici sono sempre più guidati dagli algoritmi e da tempo è difficile leggerne razionalità nelle valutazioni. Pensiamo alla volatilità del mercato azionario nel 2018 (legata a fattori tecnici di composizione degli scambi). O alla situazione di oggi: abbiamo dati macroeconomici Usa preoccupanti e contemporaneamente l’indice S&P è ai massimi. Difficile per un investitore razionale guardare al mercato pubblico come reale fotografia della situazione economica. Serve piuttosto una grande collaborazione tra pubblico e privato, e noi del Fondo Italiano cerchiamo di esprimerne una sintesi, per rilanciare gli investimenti e la crescita. Il meglio dell’imprenditoria che opera nella tecnologia, che resiste in alcuni campioni nazionali, e la spinta verso grandi investimenti pubblici infrastrutturali di lungo termine con la regia di Cdp possono fare da volano per i privati e da incoraggiamento a dedicare ingegno e capitali con una visione ampia e coraggiosa.

In questo nuovo contesto che ci ha appena descritto, che ruolo intende svolgere il Fondo Italiano d’Investimento nella sua Fase 2?

Credo che oggi ci sia l’occasione per unire la parte illuminata del privato con la parte illuminata del pubblico. Occorre un veicolo che sia in grado di mettere insieme le due anime, soldi e competenze pubbliche con soldi e ingegno privati. Se come Paese siamo indietro da un punto di vista tecnologico, è anche vero che siamo estremamente flessibili. La flessibilità delle nostre industrie, con la loro capacità di riconvertirsi rapidamente, l’abbiamo vista in modo più rapido ed eclatante nella fase più dura dell’emergenza Covid. Come ha fatto, per esempio, la nostra partecipata Seco che, da fornitore di software per Technogym, in poche settimane ha allargato il proprio perimetro di azione a provider tecnologico per la sanità.

In questa fase le imprese necessitano di liquidità e di capitale per rilanciarsi. Ma per le aziende italiane, a suo giudizio, esiste anche un fattore dimensionale?

La liquidità è una necessità temporanea di emergenza ma il mondo è pieno di liquidità, il problema strutturale non è quello ma l’esigenza di capitale, che invece è una risorsa scarsa, e che noi con interventi da private equity intendiamo mettere a disposizione proprio per accompagnare le imprese verso aggregazioni e investimenti in tecnologia. L’obiettivo è di aiutare a crescere le filiere produttive più innovative, non abbiamo né le risorse né l’intenzione di distribuire capitali a pioggia; occorre essere leader in filiere globali per far ambire i nostri campioni nazionali ad un ruolo globale.

Come tutti gli investitori di private equity, anche il Fondo Italiano d’Investimento avrà poi un problema di exit. Proprio in questi giorni si dibatte sulla vendita di Borsa Italiana da parte di Lse. Crede che Euronext, che ha una storia consolidata di apertura alle Pmi, sia il partner più adeguato?

Con i mercati pubblici “robotici”, i private equity possono essere uno strumento di riequilibrio economico, valutando certi business per quello che valgono. Il private market, ad oggi, dimostra una resilienza che i mercati pubblici, per la loro nuova natura, fanno fatica a dimostrare. Ma non possono esistere mercati privati senza efficienti mercati pubblici. E il nostro mercato pubblico non può prescindere dalla struttura della nostra economia reale. Abbiamo un mercato pubblico che vale meno del 35% del Pil (circa la metà, in termini percentuali, dei nostri compagni europei); ma quello che stupisce è che solo il 2% è il mercato di imprese sotto 1,5 miliardi di euro di capitalizzazione. Questo significa che il mercato pubblico, per come è strutturato, non è una possibile exit per il private market. Per questo è possibile, che pur non augurandocelo, ci potranno essere maggiori delisting nei mesi a venire e che le aziende escano dalla Borsa per essere più flessibili e avere il tempo di trasformarsi senza restare in balia della volatilità. Poi le imprese eccellenti tra qualche anno si riquoteranno.

E voi?

Noi investiamo capitali, spesso in quote di minoranza, talvolta con governance limitata. È un atto di fiducia nei confronti delle imprese che vogliono crescere. Ma certamente, prima o poi dovremo uscire. Avere un mercato dei capitali europeo efficiente e in gradi di accogliere ed assistere anche le piccole medie imprese è interesse di tutti dalla Germania all’Italia perché entrambe hanno un tessuto industriale la cui forza è nelle piccole medie imprese».

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