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Fondo di garanzia, maglie strette per le imprese non in bonis

ROMA – Procedure, limiti, adempimenti. In attesa della pubblicazione in Gazzetta Ufficiale del “decreto liquidità”, su alcuni punti che riguardano il Fondo di garanzia Pmi le aziende stanno già preparando quesiti al ministero dello Sviluppo economico o segnalazioni di criticità.

Le imprese non “in bonis”

Molte le segnalazioni che le imprese stanno inviando, ad esempio, sulla parziale ammissione al Fondo – oltre alle aziende “in bonis” – di quelle con esposizioni classificate come Utp cioè “inadempienze probabili” o “scadute o sconfinanti deteriorate” (le “sofferenze” sono comunque escluse). Il Dl infatti pone un vincolo temporale molto stretto: solo aziende che sono rientrate in tale classificazione dopo il 31 gennaio 2020. Una limitazione che taglia fuori molti imprenditori. Alcuni di questi segnalano come incongruente il fatto che un’azienda, anche se non ha rispettato determinate scadenze nel mese di febbraio, quando è scoppiata l’emergenza, difficilmente può essere catalogata come “a rischio” avendo avuto nel frattempo la possibilità di accesso alla moratoria prevista dal decreto Cura Italia se prima di febbraio risultava “in bonis”. Dubbi tra gli imprenditori ha suscitato anche la decisione di ammettere alle nuove misure aziende che hanno in corso procedure di concordato in continuità, accordi di ristrutturazione o piani attestati di risanamento, ma solo se questi sono stati firmati dopo il 31 dicembre 2019. Chi ha già in corso una procedura – evidenziano alcune imprese – dopo anni per emergere dalla crisi non potrà avere accesso alle nuove garanzie e per farlo potrebbe essere costretto a presentare un nuovo piano. D’altro canto, per chi ha avviato queste procedure dopo il 31 dicembre 2019, appare improbabile che la situazione di crisi sia collegata direttamente all’epidemia di coronavirus scoppiata a febbraio.

Documentazione antimafia

Ci sarebbero state valutazioni finali, ancora ieri sera, sulla possibilità che le aziende accedano alla garanzia anche se la documentazione antimafia non viene rilasciata contestualmente alla consultazione della banca dati nazionale unica. La misura in bozza prevede che, nel caso in cui la documentazione pervenuta al Fondo ex post accertasse delle cause interdittive ai sensi della disciplina antimafia, l’aiuto sarebbe revocato.

Imprese di recente costituzione

Dubbi ha sollevato anche il meccanismo delle garanzie del Fondo vincolate a limiti di fatturato, soprattutto tra le aziende nate a partire dal 2019 che non dispongono di un bilancio depositato. Nel caso delle garanzie concedibili al 100% senza valutazioni per importi fino a 25mila euro (e comunque entro il 25% dell’ammontare dei ricavi), la bozza del decreto chiarisce che è possibile ovviare presentando un’autocertificazione. Invece per la seconda tipologia di garanzie, quelle che raggiungono il 100% solo con il concorso dei consorzi fidi per il 10%, e che prevedono un tetto di ricavi dell’azienda di 3,2 milioni, il testo fa riferimento solo a un’autocertificazione relativa ai danni subiti per effetto dell’epidemia ma non specifica se questa possa essere utilizzata anche per autocertificare il proprio livello di fatturato. Ad ogni modo, anche per questa tipologia di garanzia, si conferma che può essere applicata a prestiti che ammontano al massimo a 25% dei ricavi, quindi fino a 800mila euro.

Le risorse

I sindacati dei bancari hanno segnalato ieri il rischio di effetti sull’operatività delle nuove misure, considerato che «due dipendenti su tre lavorano da casa in modalità smart working» dice il segretario generale della Fabi, Lando Maria Sileoni.

Nel frattempo, si attende il prossimo decreto economico di metà aprile per fare chiarezza completa sulle ulteriori risorse che staranno stanziate. La bozza del decreto liquidità, che incorpora anche le misure sul Fondo varate a marzo, reca uno stanziamento di soli 1,5 miliardi che in teoria, stando all’effetto leva stimato in 12-14 volte, attiverebbero al massimo 21 miliardi di finanziamenti aggiuntivi rispetto all’ordinaria attività. Altri 2,5 miliardi sono già nella disponibilità del Fondo come vecchie risorse, inclusive di rientri, fondi Ue non utilizzati e controgaranzia Fei (Fondo europeo per gli investimenti). Nei giorni scorsi il ministro dello Sviluppo economico Stefano Patuanelli ha indicato come obiettivo una dotazione del Fondo di almeno 7 miliardi, ne mancherebbero all’appello dunque non meno di 3.

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