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Il fondo «Fortezza» che punta sui prestiti italiani

È un protagonista americano della finanza aggressiva degli ultimi vent’anni, con oltre 70 miliardi di dollari in gestione e una storia segnata da influenti scommesse. Fortress Investment Group, il fondo «fortezza» protagonista con Pimco dell’operazione sui prestiti in sofferenza di UniCredit, non è nuovo a simili operazioni: è nato nel 1998 da un manipolo di banchieri usciti in cerca di nuove avventure da marchi di prestigio dell’alta finanza, BlackRock, Ubs, Goldman Sachs. E da allora si è specializzato negli investimenti garantiti da asset, dall’immobiliare al credito, e problematici. Tanto da guadagnarsi soprannomi di “avvoltoio” e “spazzino” dedito a rastrellare ventagli di attività deteriorate e a prezzi scontati, polizze sulla vita statunitensi come debiti europei.
Nel 2007 Fortress, al suo apice, era diventato il primo grande private equity a quotarsi in Borsa. Ora, per rimanere in vetta, è pronto a scrivere il capitolo opposto, frutto delle pressioni post-crisi sulle performance del settore: entrerà a far parte della costellazione del gigante giapponese SoftBank in forte espansione, dalle telecomunicazione a Internet e finanza. SoftBank l’ha rilevato quest’anno per 3,3 miliardi con un’operazione da completare nella seconda metà del 2017 fresca del via libera dei soci. Al termine Fortress tornerà gruppo non quotato e ha già avviato riorganizzazioni che vedranno dimezzati gli attuali asset under management aprendo spazi proprio a nuove iniziative considerate più redditizie: ha concordato la cessione a MetLife per 250 milioni della controllata Logan Circle, specializzata nel reddito fisso e con ben 33,7 miliardi di asset ma che poco contribuisce ai profitti. A fine marzo, le attività nel credito erano quasi 18 miliardi, il private equity 14,5 miliardi e altri asset liquidi 4,2 miliardi.
SoftBank, segno dei piani di crescita che ha per Fortress, è stata disposta a pagare un premio di quasi il 40% per aggiudicarsi il potenziale futuro del gruppo e il “know how” dei suoi vertici, il triumvirato di Randy Nardone, Pete Briger e Wes Edens. Un gruppo che rivendica, oggi come ieri, posizione di leadership nel novero dei gestori non tradizionali «di investimenti altamente diversificati» con sedi che da New York si estendono a Roma, Shanghai, Hong Kong, Tokio, Francoforte, Londra.
Dal quartier generale sulla Sesta Avenue di Manhattan, la Avenue of Americas, Fortress con i suoi oltre 900 dipendenti ha per anni orchestrato interventi con un occhio di riguardo per opportunità globali oltre che domestiche. In Italia è reduce da un’altra operazione: la quotazione di DoBank, impegnata nel segmento del debito in difficoltà. Uno sbarco che ha visto le azioni della società impennarsi al debutto. Le sue principali controllate, al momento, vanno da Nationstar Mortgage nei mutui, a Railroad Acquisition Holdings nelle ferrovie statunitensi e canadesi, alla New Media Investment Group nella stampa e media locali.
Non le sono mancati, in questi anni, i riconoscimenti. Fortress è stata scelta come Hedge Fund dell’anno dalla rivista Institutional Investor nel 2014. Gli albori li aveva visti 19 anni or sono grazie a Edens, ex partner a BlackRock, affiancato da Nardone, allora managing director a Ubs e a un altro transfuga della banca svizzera, Rob Kaufman. Nel giro di pochissimo gli orizzonti di business furono allargati dal private equity ai fondi hedge, al real estate e al debito, con un ruolo di primo piano di ex dirigenti di Goldman Sachs quali Briger.
Poi la storica quotazione al New York Stock Exchange, coronamento dell’epoca d’oro dei gestori alternativi. Polemiche e momenti bui, però, hanno a loro volta costellato il percorso. Il più critico è arrivato con la grande crisi economica e finanziaria del 2008, quando Fortress sembrò sull’orlo del crack. Il titolo precipitò a 77 centesimi nel dicembre di quell’anno dai massimi di 37 dollari all’indomani della quotazione.

Marco Valsania

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