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Fondo di risoluzione Ue con «anticipo» Esm

Per dare forza e credibilità al Fondo di risoluzione unico previsto dalla direttiva Brrd (Bank Recovery and Resolution Directive) che introduce in tutti i paesi europei regole armonizzate per gestire le crisi delle banche, Italia e Francia propongono di attivare in tempi brevi una linea di credito da parte del fondo salva-stati, l’Esm.
La proposta è stata messa nero su bianco in un documento congiunto in cui Roma e Parigi chiedono l’apertura di un gruppo di lavoro tecnico sulla questione e nel quale si fa propria la proposta che era già stata avanzata in tal senso nel Rapporto dei cinque presidenti europei (Jean-Claude Juncker, Donald Tusk, Jeroen Dijsselbloem, Mario Draghi e Martin Schulz) per il completamento dell’Unione economica e monetaria.
In pratica si suggerisce di accelerare il processo per l’attivazione di una rete di sicurezza (backstop) che possa integrare le disponibilità del Fondo e fronteggiare con maggiore tempestività le crisi delle banche più grandi che dovessero trovarsi in situazioni critiche dando, al tempo stesso, un segnale ai mercati di consolidamento dell’intero sistema basato sul Meccanismo unico di risoluzione. La proposta verrà avanzata nel prossimo Ecofin informale di Amsterdam, previsto il 22 e 23 aprile. Un vertice in cui si affronteranno diversi nodi che riguardano il sistema del credito, tra cui la richiesta tedesca di introdurre una ponderazione del rischio per i titoli di Stato nel bilanci delle banche (oggi in base alle regole di Basilea III questa ponderazione è pari a zero), nonché dell’introduzione di un tetto agli investimenti in titoli di Stato da parte delle aziende di credito.
Su quest’ultima richiesta, sempre di matrice tedesca, era stato lo stesso presidente del Consiglio Matteo Renzi a far sapere che se mai dovesse essere messa in votazione l’Italia è pronta a porre il proprio veto.
Attualmente l’entrata a regime del Fondo di risoluzione unico è prevista nel 2024, con un dotazione di 55 miliardi di euro ovvero l’1% dei depositi delle banche dell’Unione. Risorse versate dagli stessi istituti di credito con quote annuali: quest’anno le banche italiane dovranno girare al Fondo mezzo miliardo circa, mentre la quota del 2015 è stata di fatto utilizzata per l’operazione di risoluzione adottata il 22 novembre scorso per le quattro banche entrate in crisi (Banca Marche, Banca Entruria, CariChieti e CariFerrara).
La proposta messa a punto dai ministeri dell’Economia di Italia e Francia prende le mosse dalla constatazione che ormai l’accordo intergovernativo sull’Unione bancaria è stato ratificato da quasi tutti i paesi dell’Eurozona (17 su 19). Ma, com’è stato recentemente affermato anche dal direttore generale della Banca d’Italia, Salvatore Rossi, «l’Unione bancaria finora realizzata non è né perfetta, né completa. Le sue difficoltà sono quelle dell’intera Unione europea. Chi ne ha a cuore il destino deve lavorare per rafforzarla». Un’impostazione che sembra condivisa dal governo il quale punta, muovendosi di pari passo con i colleghi francesi, a trovare il modo di fare un passo avanti e rafforzare un meccanismo che non determinerebbe impatti di finanza pubblica, perché le quote anticipate dall’Esm con la linea di credito al Fondo di risoluzione unico sarebbero poi rimborsate nel medio-termine. Del resto l’Italia, come terzo paese dell’Eurozona, ha dato in questi anni un ampio contributo a tutte le reti di protezione stabilite per l’aiuto a Stati in crisi: tra il 2012 e il 2014 i versamenti all’Esm sono stati pari a 14,3 miliardi. Ma se si considera lo stock dell’intero esborso erogato dal governo italiano per la finalità di solidarietà con gli Stati membri e per le altre reti di protezione si arriva alla rispettabile cifra di 58,2 miliardi .
Per determinare l’ammontare del nuovo paracadute, suggeriscono Italia e Francia, sarà opportuno considerare i dati storici relativi all’ammontare dei fabbisogni per l’assorbimento delle perdite e per le esigenze di ricapitalizzazione delle banche che si sono determinati in passato durante le crisi finanziarie, compreso il periodo 2009-2014. Inoltre, occorrerà tener conto della capacità sviluppata dai meccanismi analoghi esistenti in altri paesi stranieri. Viene poi sottolineato, per quel che riguarda il timing, che la data di entrata in vigore del nuovo backstop comune dev’essere stabilita al più presto possibile per accrescere la credibilità del nuovo fondi di risoluzione unico, anche durante il periodo di transizione, quando è assai probabile che le risorse non siano sufficienti mentre i finanziamenti–ponte nazionali non farebbero che aggravare l’intreccio perverso fra banche e titoli del debito sovrano. Infine, come si diceva, Italia e Francia battono sul tasto della neutralità fiscale del progetto (l’uso dei fondi verrebbe restituito dalle banche attraverso contributi ex post), che però va conseguita nel medio termine: il periodo del rimborso dovrebbe essere stabilito in modo realistico. Infine, nel documento congiunto si afferma anche che per stabilire i criteri di ammissione al fondo si dovrà tener conto dei primari obiettivi fissati dal rapporto dei Cinque presidenti: spezzare il nesso debiti sovrani- banche e rafforzare la fiducia dei depositanti.

Rossella Bocciarelli
Davide Colombo

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