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Il Fondo alza le stime su Roma: ma l’incertezza politica è un rischio

Un altro anno buono, o almeno discreto, per tutti. Nel 2018 la crescita mondiale mantiene un ritmo sostenuto, 3,9%, con gli Stati Uniti al 2,9%, l’area euro al 2,4% e l’Italia all’1,5%. Ma in fondo alla strada, nel 2019, praticamente tutti i Paesi, industrializzati o emergenti, rallenteranno. La Cina leggermente, passando dal 6,6% di quest’anno al 6,4%. Anche gli Usa cederanno qualcosa: dal 2,9% al 2,7%. Più netta la frenata in Europa: l’Italia avanzerà dell’1,1%; Francia e Germania del 2%, rispetto al 2,1% e al 2,5% del 2018; la Spagna scenderà dal 2,8% di quest’anno al 2,2%. La media complessiva dell’area euro si fermerà al 2%. In controtendenza India (7,4% e 7,8%) e Brasile (2,3% e 2,5%) e quindi la percentuale a livello mondiale resterà del 3,9% pure nel 2019.

Le tabelle dell’Outlook aprono la settimana delle riunioni di primavera al Fondo monetario di Washington. Maurice Obstfeld, capo economista del Fmi, ha interpretato i numeri in una conferenza stampa e poi in un’intervista a Bloomberg tv. Ecco la sua analisi: «L’economia mondiale continua a crescere, ma dobbiamo tenere conto di almeno un paio di rischi. Innanzitutto quello di una guerra commerciale: i primi colpi sono già stati sparati. E poi l’insidia dell’instabilità finanziaria, collegata agli alti livelli di indebitamento». L’Italia è in linea con la dinamica generale. Il Fmi ha rivisto al rialzo le precedenti previsioni: nell’ottobre 2017 aveva indicato un 1,1% per il 2018 e ora siamo all’1,5%. Tuttavia il nostro resta ancora il Paese che cresce meno di tutti nella zona euro e con un chiaro distacco. Il Fmi ricorda, come nelle precedenti edizioni, i problemi del debito troppo alto e delle sofferenze bancarie. Con una novità che l’Italia condivide con Brasile, Colombia e Messico: «L’incertezza politica mette a rischio l’attuazione delle riforme».

Naturalmente le prospettive generali, non solo italiane, dipenderanno anche dalle scelte di almeno tre attori: Donald Trump, la Federal Reserve, la Banca centrale europea. Bisognerà vedere, quindi, fino a che punto il presidente americano spingerà lo scontro sul «trade» con la Cina, con gli altri Paesi asiatici, Giappone compreso, e con l’Europa. Nello stesso tempo andranno valutati gli effetti contrastanti innescati dal taglio delle tasse: più risorse per la crescita, ma meno entrate fiscali e quindi deficit (già pari a mille miliardi di dollari) e debito potenzialmente fuori controllo. In questo perimetro la Fed dovrà stabilire se intensificare l’aumento dei tassi di interesse.

Le turbolenze trumpiane potrebbero condizionare l’Europa. Commenta Obstfeld: «Lo scorso anno abbiamo visto che l’eurozona è cresciuta persino più delle stime. Nel primo trimestre di quest’anno l’espansione è continuata, ma in modo più debole. È presto per dire se possiamo considerarlo un trend». L’inflazione si sta avvicinando alla soglia obiettivo del 2% e quindi l’attenzione si sposta sulle decisioni di Mario Draghi. Il presidente della Bce comincerà a ridurre l’acquisto dei bond e quindi l’afflusso di liquidità sui mercati? Risponde il capo economista del Fondo: «Non voglio dire che cosa dovrà fare la Bce a settembre sulla base di quanto visto finora. Penso prenderà una decisione cauta e basata sui dati».

Giuseppe Sarcina

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